Michael Mann, o della pirotecnia
Fuochi
che bruciano inside(r), tanto vizioso
calore, rabbia implosa di pugili: nel cinema di Michael Mann l’azione è prima
di testa – fattomentaleimprescindibile – poi si dirama al corpo, a tutte le
appendici e propaggini, fino anche alle estensioni postumane, come la cinepresa,
il set, il profilmico tutto. Per questo, pur nelle cadenze sincopate di film
d’azione (mi piace ricordarlo/pensarlo come regista d'azione – ‘azione’
come cornice, forse finalità, e come segno tangibile e prenatale del fare
cinema), c’è vibrazione e incandescenza, trasmesse da un sentimento
fiammeggiante e collaterale. Mann ama il cinema che, amato, ama Mann: due rette
parallele in una, quasi un assioma dantesco.
Roberto Donati
Narratore
di razza di storie, preferibilmente di uomini difficili, a volte anche eroici,
sempre dominati da un senso del dovere o dell'onore che spesso finisce per
lasciarli soli. E' forse l'unico regista ad utilizzare sempre con profitto
le lunghe durate delle proprie pellicole, fornendo particolari e stralci di vita
che ci inseriscono nel clima mentale dei personaggi senza tediarci con
didascalismi retorici. E' capace di far recitare anche le pietre, sia per l'uso
degli oggetti che lo contraddistingue già in Manhunter sia per i
miracoli ottenuti con Will Smith, Tom Cruise e persino Val Kilmer, oltre che per
l'ottimo controllo esercitato su potenziali gigioni del calibro di De Niro e
Pacino ma anche Crowe. Tra i più grandi cineasti di oggi e di sempre.
Andrea Fornasiero
Un cinema “immanentemente umanistico” quello di Michael
Mann, di quell’immanenza che respira dentro lo schermo, sempre e comunque in
ogni sua sofferta pellicola, “sofferenza”
che è annidata dentro ogni sua figura in movimento, fatta di carne e sangue che
si aggira nella messa in scena, in ogni sua inquadratura lunga, profonda, non
soltanto descrittiva, ma performativa, girata sempre con funzionale tecnica ma
rovistando disperatamente tra le viscere.
Un cinema performativo viscerale quindi, con i suoi tempi, che respirano,
descrivono, vivono, un cinema fatto di scelte, di destini, di inquadrature
incrociate, qualsiasi cosa renda una pellicola impietosamente umana ed un lucido
specchio della cangiante anima individuale, le pellicole di Mann, la possiedono,
ne sono pregne.
Davide Tarò
Di
Neo(n)eiga (www.neoneiga.it),
collaboratore di Sentieri Selvaggi (www.sentieriselvaggi.it),
di Effetto Notte (www.Effettonotteonline.it)
e della rivista ‘La Linea dell’occhio’.
Mann
è uno dei cineasti più delicati e coraggiosi che il cinema americano potesse
produrre.
Dotato di una sensibilità realistica eccezionale, egli scava negli strati
interiori dei suoi personaggi con il pudore e il devoto rispetto di chi ha solo
uno scalpello per penetrare in un mondo di gelatina. Consapevole di ciò, non
calca, non cede alla foga, ma cerca la verità interiore attraverso i segni ed i
bozzoli del suo involucro esterno, setacciando tra le larghe maglie dei generi
cinematografici e delle mitologie moderne. Disperato coraggio di un occhio che
non può vedere, ma che si cimenta con una dignità estetica che pochi oggi
possono vantare.
Francesco Rivelli
Che
cos’è il cinema (di Michael Mann)?
Al
quesito ontologico “cos’è il cinema di Micheal Mann”, esiste una
risposta? Il cinema di Mann è l’ultimo scampolo di virile romanticismo che il
cinema americano è in grado di regalarci; è un saggio in fieri sul destino,
sul caso, sulla fortuna; è riflessione estetica sul dialogo e sulle sue
rappresentazioni nelle infinite pieghe del campo /controcampo; è disperata
elegia della violenza, vista come la necessaria legge del più forte,
imprescindibile nelle giungle d’asfalto in cui si muovono molti dei suoi
personaggi; è sperimentazione nel classicismo e manierismo sperimentale; è una
quintessenziale fusione di immagini, luci, ombre, suoni, musica e parole;
insomma, è il cinema, granitico e inattaccabile come pochi al mondo lo sanno
fare, come un noir tra le luci di Los Angeles in cui due anime allo specchio
mutano per sempre in uno spazio temporale filmico di sole otto ore.
Simone
Spoladori
Micheal
Mann è il regista che esprime al meglio l'anima del noir postmoderno:
disincantato, glaciale e cinico, come sarebbe piaciuto a molti gloriosi registi
del passato. Nello stesso tempo sottilmente ironico e genialmente sperimentale.
Un regista non del tutto compreso in patria, stante ai dati sugli spettatori del
suo ultimo film, Collateral.
Forse perchè è un regista con sensibilità troppo europea, direi melvilliana.
Vito Casale