Paloma
de papel
Chi è quest’uomo dall’aspetto
goffo e solitario che scende verso il villaggio, attirato dalle voci
e dairumori della comunità?
Quando lo vedrete sicuramente pochi
se lo ricorderanno. Ormai è diventato un uomo ed ha il viso segnato
dall’inchiostro indelebile della sofferenza e dell’ingiustizia.
Tuttavia nei suoi occhi spenti sopravvive ancora quel bambino
montanaro di undici anni chiamato Juan, figlio di Domitila e
figliastro del vigliacco Fermín.
La sua breve esistenza trovava tranquillità nell’amicizia con
Pacho, il figlio del sindaco; Rosita, una piccola pastorella;
e il vecchio fabbro che gli insegnava a battere il ferro ed a
costruire uccelli di carta con solo alcune pieghe.
Allora come è riuscito a diventare quello che è? Per quello
bisogna ricordare il fatidico giorno in cui il padre di Pacho fu
assassinato e Juan scopre che Fermín, il suo patrigno, è un
terrorista delatore ed è coinvolto nel crimine. La paradossale
tragedia della conoscenza lo condanna ad essere consegnato ai
terroristi dal suo patrigno, assicurando il silenzio.
Di
punto in bianco, senza che nessuno lo abbia interpellato, Juan
milita nelle file del terrorismo, assieme ad altri bambini ed
adolescenti come lui, anche loro prigionieri, addestrati per
uccidere senza battere ciglio.
Vede danzare la morte negli occhi dei suoi piccoli compagni. Lo
obbligano a partecipare alla danza, ad acquistare destrezza nei suoi
movimenti macabri.
Juan cerca di non cedere a tutto ciò. Durante l’assalto ad una
guarnizione gli intimano di finire un soldato e lui si rifiuta
risolutamente. Ma un’altra mano, sinistra, spietata, prende la sua
che impugna un coltello e lo conficca nel petto del militare, dritto
al cuore. L’orribile contatto con la morte, il sangue di cui si é
macchiato, tormenta la sua memoria quando fugge terrorizzato verso
l’altopiano.
La
fuga ha una destinazione: il suo villaggio. Non ci sono ostacoli,
mentre cammina lungo i colli e i nevai i suoi polmoni ossigenano il
proposito di avvertire i suoi compaesani che si sta avvicinando
un’incursione terrosistica. Nessuno gli crede. Lo accusano di
essere il loro richiamo. I “ronderos” disistimano l’avvertenza
e trascurano la vigilia. Domitila riesce a nascondere Juan ma viene
subito scoperto.
All’arrivo dei seguaci terroristi si prepara il “giudizio
popolare”. Pacho e Rosita osservano come Juan e Domitila vengono
trascinati verso la piazza, assieme all’autorità e al patrigno,
tutti accusati di tradimento.
La disperazione suggerisce ai piccoli amici che devono andare alla
ricerca dei “ronderos” contadini,
e in questo compito Pacho viene ferito. Si scatena allora la
battaglia campale, rudimentale, ardua. I ronderos portano forconi,
bastoni, ordigni esplosivi, mentre i “terrucos” impugnano i loro
fucili.
Alla
fine vinsero i contadini. Feriti e morti giaciono sulla piazza.
Si è concluso con sangue ed ancora più dolore un capitolo che
cominciò con maltrattamenti domestici, e adesso, mentre sale su un
camion dell’Esercito diretto in città, inizia un altro in
carcere.
Alcuni anni dopo, graziato, Juan esce libero e ritorna alla sua
terra d’origine, dove lo aspettano le tracce di un’infanzia che
se non fu felice, almeno come qualsiasi altra, ebbe ricordi e visi
da conservare con devozione.
Lì si trova la casa del vecchio, abbandonata come il suo cuore. I
paraggi in cui scorrazava con gli amici, afflitti, orfani. Allora,
goffo e solitario, scende verso il villaggio, attratto dalle voci e
dai rumori della comunità…