DARK WATER

 

 

DARK WATER

ovvero

L'alienazione come un fiume nero,bagna alla foce le pendici dell'Impero

Tra le poche decine di film realmente interessanti che mi sono capitati tra le mani nell'arco delle ultime due stagioni,dal limbo di quelle opere giunte nelle sale del nostro paese penalizzate dalla concorrenza o dalla distribuzione,nel solco apparente di un filone tanto esteticamente interessante quanto giunto a inquietanti livelli di guardia nel suo sfruttamento commerciale,ho scelto di parlarvi proprio di questa pellicola,girata nel 2005 e ingiustamente passata inosservata: Dark Water .

Un horror,direte voi. Peggio,un remake,aggiungo io. Diciamola tutta:addirittura un ovvio rifacimento hollywoodiano di un classico del nuovo cinema di genere orientale che,negli ultimi anni,ha brillantemente contribuito a ridefinire i temi canonici e gli esiti stilistici della paura nel momento in cui sembravano definitivamente smarriti,sepolti sotto la coltre degli scioglilingua semiologici e meta-cinematografici nella produzione post- Scream , rilanciando il gotico tradizionale (addirittura “fantasmagorico” ed ottocentesco per certi versi) come riflesso sommerso di un ambito strettamente tecnologico e quotidiano. Fino a qui tutto chiaro,persino prevedibile,al punto che se fossimo al cinema ci verrebbe quasi da sbadigliare. Proprio no,invece,perchè da ora in avanti,se avrete la residua pazienza di leggermi,arriveranno le prime sorprese,le più interessanti.

A partire dal nome del regista che non è uno dei soliti,più o meno talentuosi mestieranti a cui gli studios affidano questo genere di produzioni (ad esempio il versatile Gore Verbinsky regista dell'ottimo “oriundo” The Ring ),ne un valido cineasta giapponese sbarcato ad Hollywood alla ricerca di una consacrazione internazionale (vedi Hideo Nakata autore degli originali Dark water , The Ring e The Ring 2 ,nonchè del remake americano di quest'ultimo o il Takashi Shimizu autore di Ju on: The Grudge e del suo rifacimento anglofono),ma un autore pluri-premiato affermatosi con pellicole di tutt'altro lignaggio: il brasiliano Walter Salles jr.

In opere come Central do brasil,Disperato aprile e I diari motocicletta , egli si è dimostrato artista capace di coniugare le istanze neo-realistiche che ancora allignano nella realtà del proprio paese con una drammaturgia molto vicina alle produzioni indipendenti statunitensi, tanto da far sprecare ad alcuni critici accuse di “retorica neo-hollywoodiana” e coniare neologisimi come “brasilianhollywood”,attirandosi al contempo l'incondizionata ammirazione dell'intellighenzia del cinema indipendente che ruota attorno al Sundance Festival (non a caso Robert Redford è stato uno dei principali fautori e produttori de I diari della motocicletta ).

Da qui al debutto con una major in territorio statunitense il passo è breve e talvolta letale; Salles tuttavia si muove con intelligenza e circospezione,selezionando un adeguato cast straniero,perfetto nelle fisionomie fin nei ruoli di contorno ma rivolgendosi nel contempo ad un'affiatata squadra di collaboratori connazionali,come Rafael Iglesias che ha adattato e riscritto la sceneggiatura originale di H.Nakata e T.Ichise e Affonso Beato che alla fotografia sostituisce Walter Carvalho,presenza costante nei precedenti film del regista.

Miracolosamente anche il film sembra reggersi su questo delicato equilibrio fra una personale poetica degli “umili(ati ed offesi)” e le suggestioni non solo iconografiche ma anche storiche e sociali suggerite dalla nuova ambientazione newyorkese.

Ma andiamo con ordine. Per chi non ama i film giapponesi coi sottotitoli o non conoscesse gli estremi della storia,in un autunno spazzato di pioggia,nella Grande Mela di inizio millennio una giovane madre (Jennifer Connelly) cerca di far fronte contemporaneamente ad un difficile divorzio,disseminato degli strali del rancore,ai fantasmi della memoria,incarnati dalla figura di una madre crudele ed alcolizzata e alla necessità di trovare una nuova abitazione per se e per la propria figlia in attesa della sentenza del giudice sull'affidamento.

Quando quest'ultima più pressante necessità sembra ormai felicemente soddisfatta i tre problemi torneranno invece a sovrapporsi,proiettati in una dimensione sempre più allucinata e sovrannaturale,fino ad un epilogo tragico ma in qualche modo anche liberatorio.

Non aggiungerò altro,per non rovinare la rarefatta compattezza dell'atmosfera ne frustrare la curiosità dei miei tre (manzoniani) futuri lettori-spettatori intenzionati a recarsi al video-noleggio più vicino per dare un' occhiata.

D'altronde non è certo nel cesello dell'intreccio o nell'improvviso succedersi di eventi eccezionali che risiede il maggior pregio di quest'opera,quanto nella raffinatissima descrizione psicologica dei personaggi,del loro rimosso,dei loro oscuri egoismi destinati per lo più a rimanere senza assoluzione e senza riscatto.

Nel film non si mira semplicemente a provocare brividi epidermici dietro la schiena dello spettatore o a spiazzarlo deliberatamente con svolte appena intuibili,si avverte piuttosto,dietro la macchina da presa,la personalità di un autore in grado di costruire una fittissima serie di rimandi e notazioni ambientali per arrivare metaforicamente a comporre la descrizione di un affresco sociale di straordinaria potenza.

Tra le pieghe di una storia di mistero e possessione, Dark Water ,al pari di tante altre opere di diseguale genere e livello,concorre ad una vivida rappresentazione dell'America del dopo 11 settembre,a partire proprio da uno dei suoi luoghi simbolo,l'isola di Manhattan,contribuendone

a svelare i lati oscuri,che non risiedono tanto in un ripiegare del male su un tessuto irrazionale e religioso,tesi cara alla maggioranza silenziosa delle tante province determinanti nella rielezione di Bush figlio,quanto nel progressivo disgregarsi delle certezze individuali e collettive sul piano morale,fisico e sociale.

Per accorgersene basta osservare lo stato di decadenza in cui versa l'enorme condominio in cui vanno ad abitare Dahlia e sua figlia Ceci, un complesso architettonico costruito negli anni sessanta,con uno stile a metà strada fra l'architettura funzionale americana e un certo utopico costruttivismo europeo, con l'idea di realizzare una sorta edilizia popolare che rispondesse ai bisogni di tutte le classi sociali,o meglio come precisa l'agente immobiliare Mr. Murray (interpretato da un perfetto John C. Reilly) “un posto in cui le persone potessero condividere le loro vite come in una piccola comunità”.

Questa costruzione rappresenta anche il sogno democratico e universale sulla cui dichiarazione sono sorti gli Stati Uniti d'America, sintetizza l'ideale di una società interclassista,di un welfare solidale ed evoluto,per questo motivo oggi la vediamo ridotta ad un mostruoso,grigio incastro di tetraedi,ad un monolite le cui facciate sono offuscate dalla solitudine e dall'indifferenza,prima ancora che dallo smog e da un cielo che sembra voler precipitare sul fossato dell'Hudson,come una minacciosa pietra di basalto sull'imboccatura d'un pozzo.

Non per niente intorno a Dahlia e Ceci,si muovono a fatica,apparendo e scomparendo continuamente,figure inquietanti,grigie,abbrutite,ossessionate dal desiderio di non dissolversi,legittimando solo così la loro persistenza su questa terra.

Attenzione,perchè non stiamo parlando di fantasmi,almeno non ancora, ma di essere umani in carne ed ossa,figure ritratte con rara precisione sociologica ed incarnate dalla fisionomia di attori toccati dalla grazia di una direzione perfetta: si pensi all'avido,subdolo Mr. Murray,o al misantropo Veecker,il custode del palazzo (mirabilmente incarnato da Pete Postlethwaite,la cui presenza carismatica aggiunge suggestioni che derivano dalla partecipazione a un certo cinema europeo di impegno civile in opere come Grazie signora Tatcher o Nel nome del padre ),al marito di Dahlia,Kyle, Wasp rampante e superficiale,al malinconico,tormentato avvocato Jeff Platzer (uno splendido,misurato Tim Roth),frammenti impazziti di una commedia umana che ben presto vira decisamente verso il dramma, testimoni di rapporti umani,prima ancora che sociali,giunti in prossimità dell'esaurimento per mancanza di risorse spirituali,al collasso per eccesso di egoismo.

In una società,quella americana,ormai protesa ad esorcizzare i propri fantasmi,all'interno,nel sarcofago di una cultura d'evasione composta da vuote immagini digitali o a proiettarli all'esterno,meglio ancora all'estero,attraverso le soluzioni sempre più estreme di una guerra preventiva che accenda una scintilla nel decrepito motore dell'economia globale, Dark Water evoca spiriti concreti (mi si passi l'ossimoro),vividamente tangibili, riportati alla luce del cinema dalle tenebre dello sfruttamento,dall'instabilità economica delle classi meno abbienti (esplicitamente suggeriti nei colloqui di Dahlia con gli avvocati,con l'assistenza sociale,l'ufficio di collocamento e il personale della scuola materna a cui iscriverà Ceci),dall'abiezione e dall'abbandono.

Un contesto sociale (e reale) al tal punto depresso,soffocato dalle spire di mali così poco ultraterreni,da relegare fatalmente in secondo piano il plot sovrannaturale: la storia di Natasha,la bambina fantasma,figlia e vittima di una coppia di emigrati russi disintegrasi nella collisione col pianeta USA,ora alla ricerca di una impossibile adozione ultra-terrena,sembra riflettere sulla superficie torbida delle acque che invadono il palazzo una disperazione universale,uno tsunami del capitalismo,la fine ineluttabile di ogni diritto alla felicità.

E se un arcobaleno,languidamente stupito di se stesso,alla fine compare a recidere il plumbeo ordito della storia e della narrazione,rimane sospeso al di là di un velo di morte,sbiadito nel sorriso con cui una madre affronta il suo estremo sacrificio,colmando con la sospensione amniotica delle sue spoglie la sofferenza dello squarcio apertosi fra le due dimensioni.

Come in Central do brasil la salvezza,saltuaria e provvisoria,dal caos di un mondo impazzito risiede ancora nella famiglia: una famiglia allargata,divisa,paradossale eppure rimasta sola a costituire l'estremo argine contro la straripante marea nera del dolore,l'unico rifugio per il singolo,smarrito essere umano (vivente o revenant ).

Dark water è un film che cerca di rinnovare dall'interno la filosofia del cinema di genere,facendosi carico dell'ingombrante lezione della New Hollywood dopo averla accuratamente limata di ogni ornamento sperimentale (nella forma) o intellettualistico (nei contenuti),che riporta l'horror americano ad una dimensione perduta da qualche parte alla fine degli anni settanta,dove il piacere di raccontare storie forti si accompagna ad una presa di coscienza volta a mettere in discussione l'ordine costituito,a incastonare nella narrazione le problematiche latenti nell'attualità.

E se la prima prova di Salles alla corte degli studios può dirsi pienamente riuscita lo si deve anche alla titanica prova della sua protagonista,una Jennifer Connelly che,fresca di Oscar e maternità,si immerge in un personaggio cucitole liberamente addosso da regista e sceneggiatore confidando nella profondità dei suoi sguardi liquidi e oscuri,nella mimica febbrile delle sue dita lunghe ed affusolate,nella straziante,barbarica evidenza di un corpo contrito e sofferente che si offre naufrago ai gorghi dell'indifferenza.

A futura memoria di ogni cinephile :onde sottrarlo all'oblio,ecco un film da recuperare al più presto.

Simone Coacci