BIOGRAFIE E CINEMA: LA MODA DEL BIOPIC

 

 

  • TIPOLOGIE E CENNI STORICI
  • OSSERVAZIONI SU UNA REALTA' SOCIALE
  • ARTE E ARTISTI NEL CINEMA: UNA NECESSITA'…
  • TEMI E PERCORSI AUTORIALI
  • “BASQUIAT”
  • “POLLOCK
  • “KLIMT”
  • “IO NON SONO QUI”

TIPOLOGIE E CENNI STORICI

Il genere del biopic è tornato di moda. Le sale sono invase da film biografici e prossimamente ne usciranno altrettanti. Risalendo alle origini del biographical picture , ovvero quel genere che rievoca

la storia di un personaggio realmente vissuto, ci rendiamo conto che questo è sempre stato motivo di fascinazione per il cinema. Il primo ad entrare nella storia della settima arte è “Napoleon” di Abel Gance e datato 1927. Questo è un tipo di biopic che in molti chiamano celebrativo: infatti, il personaggio di cui si parla viene proposto come modello di comportamento per la società, esaltandone la grandezza (altro esempio di questo tipo di biopic, può essere “Gandhi” o “Lawrence d'Arabia”). Sono esempi, questi, in cui il genere raggiunge un certo spessore sia storico che d'autore, giustificando, così, la scarsa originalità del soggetto. Il rischio, tuttavia, che i registi incontrano nell' affrontare questo tipo di film è notevole: si può, infatti, cadere nel didascalismo, rendendo il film pesante e privo di interesse. Oppure, se tratto da una biografia, la si può romanzare troppo, tradendone la veridicità e scadendo in una serie di aneddoti frivoli che inquinano l'essenza della personalità in questione. Fortunatamente, però, ultimamente si sta sviluppando un altro genere: il biopic d'autore. Qui, il regista getta uno sguardo personale sulla vita e sulle azioni del personaggio; ne lascia trasparire le forze e le debolezze; e, se si parla di un artista, ne emerge anche la poetica.

Inoltre, ci sono casi in cui il regista si schiera esplicitamente a favore o contro l'operato del protagonista, chiamando in causa, automaticamente, anche lo spettatore (come ha fatto Spike Lee con “Malcom X”, che, già dalla prima inquadratura, fa bruciare la bandiera americana). Esistono anche autori che tentano di umanizzarne l'impatto, cercando di raccontare anche particolari che fanno parte più della vita privata, ma che comunque sono importanti per capire l'evoluzione del personaggio in questione. Non manca, poi, la ricostruzione del contesto storico che ci fa capire le motivazioni dell'operato, oltre che informarci sulle maggiori questioni del periodo e sui suoi costumi. Anche qui, è bello vedere come se lo immagina un regista e come rielabora i contenuti delle fonti a cui ha attinto. Questo ci fa capire anche quanto sia difficile realizzare un biopic valido. Oltre allo studio della persona e del contesto, è necessaria anche una certa capacità critica, che renda unico il racconto.

Da un certo punto di vista, questo genere si avvicina molto al documentario, soprattutto se di un certo livello (come possono essere , ad esempio, quelli di Micheal Moore). Certo, il biopic rimane comunque un film e quindi la vita del personaggio sarà inevitabilmente un po' romanzata, o quanto meno filtrata da un punto di vista esterno. A differenza del documentario, infatti, importante è proprio che emerga il punto di vista del narratore che rimane, in fin dei conti, l'autore dell'opera.

OSSERVAZIONI SU UNA REALTA' SOCIALE

Importante è chiedersi il motivo di questo ritorno in voga di un genere che, fondamentalmente, non racconta delle storie. Al primo posto metterei una nuova esigenza del pubblico. Le persone non vogliono più sognare e fingere attraverso il cinema. La prima domanda che si pongono di fronte ad un film è se la storia sia plausibile. Hanno bisogno di realtà: si spiegherebbe, così, anche il successo dei reality e dei documentari. C'è , infatti, un perverso piacere nello scoprire personaggi importanti in momenti imbarazzanti o, comunque, privati. Vogliono, inoltre, informarsi il più possibile; da qui l'uso straripante di internet e di siti come You-tube, dove tutti possono realizzare scritti e filmati diffondendo informazioni non sempre autorevoli.

C'è, però, anche un aspetto secondo me positivo: attraverso film come questi, infatti, le persone conoscono personalità e periodi storici di cui prima avevano solo una superficiale conoscenza.

Possono, inoltre, stimolare il proprio senso critico, ritrovandosi, così, a prendere una posizione ben precisa sia sul protagonista che sulle idee del regista.

L'importante, in ogni caso, è che non si resti passivi di fronte a ciò che l'autore ci fa conoscere di un certo personaggio. Lo spettatore deve forse capire che sta vedendo un biopic di un determinato regista. La tendenza mi sembra, invece, sia quella di prendere come assolute le biografie che ci vengono raccontate.

Per concludere l'osservazione, aggiungerei che c'è anche una profonda crisi dei soggetti, la quale porta sceneggiatori e registi a preferire il biopic. E' poi di facile impatto e riesce a portare al cinema anche il pubblico più pigro: spesso, in realtà , non c'è nemmeno un interesse per il film o per il regista, ma solo una volontà di conoscere la storia di un grande personaggio.

L' esigenza del pubblico sembra essere proprio questa e subito le case di produzione si attrezzano a sfornare più biopic possibile, seguendo la tendenza contemporanea.

Questo fenomeno accade ovunque ormai ma soprattutto in America, dove le grandi major hanno esigenze di tipo prettamente economico: non importa cosa arriva al pubblico, la cosa importante è che arrivi. Mi chiedo, inevitabilmente, se conviene accontentarci anche di prodotti di poco peso; visto che il peso dell' argomento trattato è invece di grande rilievo.

ARTE E ARTISTI NEL CINEMA: UNA NECESSITA'…

Se la vita di politici, dittatori o magistrati ci arriva anche attraverso giornali, televisione e documentari, quella degli artisti la si può solo studiare, o comunque andarla a cercare in una misera terza pagina. Per questo mi sembrano molto importanti i biopic che hanno come protagonista l'arte di un uomo. E' qui, secondo me, che il discorso diventa più intrigante e complesso. Innanzitutto, c'è la scoperta di un'opera importante; poi abbiamo lo scontro-incontro con una personalità fuori dal comune; infine, se il regista è bravo, ne conosciamo anche la poetica e il suo modo di produrre arte.

Questi, di solito, sono argomenti di pochi interessati: studenti, critici, artisti o insegnanti. Attraverso questo genere, invece, l'arte può essere alla portata di tutti e, soprattutto, non più sottovalutata.

Certo, qualche regista non fa altro che rendere la vita dell' uomo una sorta di telenovela: piena di intrighi privati e mettendone in secondo piano l' opera del protagonista ( come hanno fatto in “Shakespeare in love”, ad esempio). Oppure dipingono l' artista come un dannato da esorcizzare per il bene di tutti: mi riferisco a “ The Doors”, dove Jim Morrison viene presentato solo come un visionario e alcolizzato, senza studiarne la svolta , sia musicale che sociale, che ha rappresentato.

Chiunque di fronte questo tipo di creazione si troverebbe in difficoltà. Innanzitutto bisogna studiare l' arte del protagonista; poi si deve conoscere il vissuto e inoltre cercare dei legami tra la sua creazione e gli eventi importanti.

Cercando di non scadere in una misera biografia da manuale, si deve rendere il film accessibile anche a chi non conosce tale artista; e questo si può fare solo creando un' accattivante trama.

E' per questo che a volte i registi si lanciano in intrecci d' amore o in trhiller sulla morte del protagonista: è qui che il l' autore entra in gioco romanzando il racconto.

La finzione è essenziale in effetti, perché il regista filtra. Seleziona le opere che ci deve far conoscere, seleziona gli abiti che i personaggi indossano e le frasi che devono dire, creando così delle icone. Ricostruisce , inoltre, un determinato periodo storico e come questo influenzò il percorso dell' uomo.

Infine, ritengo di essenziale importanza che emerga anche la poetica del protagonista e che si riesca a leggere la sua opera con occhi più consapevoli.

L' arte nell' arte, quindi; il miracolo della nascita di un' opera, vista attraverso gli occhi di un' altro autore. Un film difficile da fare ma anche da vedere e il bello è proprio questo.

TEMI E PERCORSI AUTORIALI

L' arte porta con se una serie di dicotomie e tematiche difficili da affrontare. Questo succede da sempre nel cinema, soprattutto se si considera che l' artista è una persona psicologicamente complessa. Alla luce di ciò, complicati saranno anche i temi che vengono discussi: spesso se ne analizza il limite tra genio e follia; il rapporto tra arte e droghe e come questa, quasi sempre, porti ad una fine prematura dell'artista-mito (citerò, quindi, “Basquiat”); o, ancora, la vita tormentata di un uomo, la cui arte inizialmente non è apprezzata, e qui mi riferisco al bel film di Ed Harris :

“Pollock”.

Ultimamente l' attenzione si stà spostando sulla conoscenza dell' estetica dell' opera d' arte; un film che mi ha colpito è, in questo senso, “Klimt” di Raoul Ruiz. Ma i film più validi sono, secondo me, quelli in cui la poetica del regista si confronta con quella dell' artista preso in considerazione, creando, così, un irresistibile gioco metalinguistico (non mi resta che concludere con il bellissimo “ Io non sono qui” ).

In questi casi lo spessore del film aumenta notevolmente, stimolando lo spettatore in riflessioni più costruttive sull' arte. Sono film necessari e che tutti dovrebbero vedere, anche i non addetti ai lavori.

Analizzero', quindi , queste quattro opere in quanto esempio, secondo me, di biopic dove l' arte e l' intimità dell' artista si fondono con una personale ricerca autoriale.

BASQUIAT

In questo film troviamo un pittore come Julian Schnabel alle prese con la vita, l' arte e la morte di Jean Michel Basquiat. Al di là della storia analizzando molte scene ci rendiamo conto che il film si basa su una conoscenza profonda e intima del pittore. Lo scopo è infatti quello di trasmettere la sua tormentata e autodistruttiva personalità, soprattutto quando si lascia andare a sequenze e dialoghi attraverso i quali capiamo l' essenza della persona ( bellissima è la telefonata-scherzo che il protagonista fa ad inizio film, dove i tic del giovane sono rivelatori sia dell' uso di sostanze che di disturbi psichici).

Le cose che mi hanno colpito in questo lavoro sono molte. Primo tra tutti è l' uso dei colori: sono forti e vivaci proprio come le tele di Basquiat e rimandano al fermento artistico dei primi anni ottanta. Tutto il contesto è ricostruito da un occhio che , si capisce subito, ha vissuto in prima persona gli eventi. Mi piacciono, inoltre, i richiami al montaggio di Godard: frammentato e ricco di falsi raccordi nei momenti di introspezione del personaggio. Bello è anche il modo in cui emerge la pittura dell' artista: sono immagini rozze e infantili, dove l' uso della parola è di fondamentale importanza. Una regia, insomma che non descrive il personaggio per luoghi comuni, ma penetra attraverso descrizioni di particolari il talento e le insicurezze del protagonista.

La arte di Basquiat rispecchia quindi la sua personalità e vita: la vita di un uomo “disperatamente” talentuoso. Schnabel realizza questo prezioso biopic d' autore evitando clichè e regole convenzionali. Riesce, infatti, a regalarci un' immagine del pittore che va oltre la solita figura del ragazzo di strada che diventa famoso e , vittima della ipocrisia della società, muore per abuso di eroina . Qui, invece, troviamo una rappresentazione attenta e intima della fragilità di un uomo che ha subito totalmente anche le cose belle che gli sono capitate. Infatti, quello che si tende a provare vedendolo travolto da un successo a cui non era pronto, è un senso di tenerezza e rabbia nei confronti di chi ha rovinato un animo così sensibile. Ma questa è la società, è il prezzo da pagare. Eccolo il messaggio di Schnabel, tutto racchiuso nella triste sorte di questo emblematico talento.

POLLOCK

Fondamentale artista della storia americana, Jackson Pollock viene qui ideato e incarnato da Ed Harris, alle prese con la sua prima prova registica. L' autore si concentra sugli anni che vanno dal 1941, quando ancora era uno sconosciuto, analizzando bene il periodo in cui inventò l ‘ “action painting”, concludendo con la narrazione della sua tragica morte. Ne emerge il ritratto di un uomo geniale ma tormentato, spesso depresso e dedito all' alcool.

Anche qui può sembrare il tipico artista maledetto, ma il regista è stato bravo a non cadere in questo stereotipo, svelandone le fragilità più intime e l'energia che trasmetteva con la sua arte. Una persona difficile, quindi, perennemente alla ricerca di se stesso e che riusciva a comunicare solo attraverso le sue opere. Nonostante abbia avuto difficoltà economiche per molto tempo non ha mai abbondato il suo lavoro e, sorretto dalla moglie che lo amava e credeva in lui, dopo la svolta stilistica è riuscito a raggiungere finalmente il successo.

La regia è pacata, morbida, lenta: ci accompagna in questo viaggio alla scoperta dell' essenza dell' uomo. Questo è un pregio perché, soffermandosi su particolari che potrebbero sembrare anche superflui, comprendiamo meglio la personalità dell' artista: il suo talento e il suo disagio.

Bello anche come ci narra la scoperta del “dripping” ( sgocciolamento) , di coma sia nato da una casualità e di come lui l' abbia rielaborata e fatta sua. Lo vediamo così dipingere a terra, attraverso movimenti che sembrano delle danze, dei caotici intrecci di linee e macchie colorate dove niente però è lasciato al caso.

C' è anche un momento in cui il genio, parlando con un giornalista, spiega la sua estetica, mostrandocelo finalmente cosciente e all' apice della sua lunga ricerca.

Rivelatori del suo profondo disagio sono i dettagli dedicati alle sue azioni di poco gusto, che confermano l' incapacità di capirsi e controllarsi, nonché il suo tralasciare preoccupazioni relative all' immagine.

E' interessante , inoltre, vedere come il regista arriva all' incidente dove l' artista morì: prima si sofferma sullo stato depressivo di Pollock, poi conosciamo il suo nuovo amore e infine arriviamo alla sera in cui, dopo aver bevuto, finiscono fuori strada perdendo la vita.

L' impressione che lascia il film è che con eleganza e delicatezza, risultando forse poco fresco, il regista sia riuscito a toccare i lati più veri e intimi di questo grande artista.

KLIMT

La personalità di questo artista ci viene presentata e filtrata attraverso aneddoti non sequenziali ma di imprescindibile importanza.

Tutto il film ruota infatti su racconti che non vogliono narrare la storia dell' uomo

( del come diventò importante o del movimento della secessione viennese ), bensì degli elementi della sua arte, della sua sessualità e di come viveva Vienna all' epoca della “ Belle Epoque”. Non ci sono voci narranti che ci aiutano a capire il susseguirsi degli eventi, ma solo il comportamento di quest' uomo che semplicemente dall' uso del linguaggio, ci fa capire quanto sia stato emblematico ed anticonvenzionale.

Interessante è anche come viene colto nel momento della creazione, svelandone i segreti e le ispirazioni; o come viene “seguito” nel suo enigmatico rapporto con Lea de Castro, che rappresenta tutte le sue amanti e la sua più grande debolezza.

Viene anche rivisto il periodo storico: troviamo un Méliès alla presa con i suoi primi esperimenti,

il clima delle gallerie, la rivoluzione dell' Art Nouveau e il filosofeggiare nei salotti.

Il regista si sofferma anche sulla figura di Egon Schiele, del suo rapporto col protagonista e di come si divertivano ad improvvisare ritratti a quattro mani.

Sul finire del film lo vediamo fare a pugni con un altro se stesso, confermando le molteplici sfaccettature di quest' anima contrastata.

La regia è degna dello stile del pittore: sembrerebbe un po' artefatta ma tutto ciò esalta , secondo me, l' opera di Klimt. La macchina da presa accarezza i quadri, mostrandone la bellezza già dalla prima inquadratura, dove la figura viene rivelata dal basso all' alto, facendola poi roteare.

Insomma il film è pieno di spunti e rimandi alla sua estetica e sessualità, che per lui viaggiavano in parallelo e che lasciano la sensazione di aver visto Klimt attraverso gli occhi di Freud.

IO NON SONO QUI

Concludo scrivendo due parole su questo film di cui si è tanto parlato. Probabilmente io non sono la candidata migliore per affrontare quest' argomento in quanto non sono una grande fan del musicista. Mi limiterò quindi a parlare di questo piccolo gioiello per le qualità di scrittura e regia.

Innanzitutto il genere del biopic viene stravolto completamente, abbandonando la sequenzialità degli eventi. Ciò che ci viene narrato è , infatti, la trasformazione e le varie sfaccettature della personalità di Bob Dylan . Il regista lo fa raccontando sei storie diverse attraverso sei diversi attori, che ne danno una lettura intima pur parlando per citazioni storiche ( prima tra tutte è la bravissima Cate Blanchett). Ogni racconto viene reso unico anche dal punto di vista del linguaggio, che è sempre sperimentale soprattutto nel montaggio sconnesso e non lineare. Non mancano, inoltre, autorevoli citazioni di grandi maestri come Godard e Fellini e non mancano nemmeno richiami politici alla situazione del Vietnam.

Probabilmente se non si conosce la storia del musicista alcuni particolari possono rimanere incompresi, ma non è questo che conta. Il regista, infatti, ci riesce a tenere incollati allo schermo e lo fa grazie al suo uso poetico e simbolico del linguaggio filmico.

Emerge prepotentemente una poetica dell' autore che non vuole scavalcare l' artista, bensì enfatizzarne i lati più creativi e complessi; non vuole neanche provare a spiegarcelo: Bob Dylan è lì, esiste in tutti quei personaggi che attraversano il film

Mi sembra che in questo caso, siamo di fronte ad un biopic che cessa di essere tale: Todd Haynes riesce pienamente nell' intento di fare un ‘ opera d'arte surrealista e visionaria , avendo come protagonista un personaggio altrettanto complesso come Bob Dylan.

Sono questi i biopic che tutti vorremmo vedere e che sono degni dell' argomento trattato.

Non mere ricostruzione storiche e biografiche, bensì arte nell'arte; il punto di vista di un autore che si sposa con la grandiosità del protagonista.

Concludendo, mi viene da pensare ad un quesito sul quale gli spettatori dovrebbero riflettere:

fino a che punto un regista può esonerarsi dal prendersi l' incarico di proseguire la ricerca iniziata dall' artista in questione?

E' forse questo il limite che divide un film ben fatto da un capolavoro?

Penso che Todd Haynes e gli altri registi di cui ho parlato ci abbiano regalato dei biopic che parlano di grandi uomini attraverso il linguaggio della poesia.

Ambra Zeffiro