Quando “L'odio” di Kassovitz incontra le mattanze Seventies rivisitate con l'occhio anarchico di Rob Zombie, il risultato è “Frontiere(s)”, opera prima di Xavier Gens che in Italia arriva dopo il successivo “Hitman” per i soliti miracoli della distribuzione. Il plot è quello di sempre, aggiornato ai tempi: la giovane Yasmin e i suoi amici fuggono da Parigi dopo essersi scontrati con la polizia durante le sommosse nelle banlieu. Diretti ad Amsterdam, si fermano per la notte in un Motel lungo la strada. Mal glie ne incoglie, perché l'ameno ostello è gestito da una famiglia con una spiccata predilezione per l'antropofagia, anche se rozzamente esperita e indegna dei livelli da “gourmet” raggiunti da Hannibal Lecter. Seguono emoglobina a fiotti, mutilazioni “tranchant” e annichilente catarsi conclusiva. Niente di nuovo sotto il sole, ma l'astuto Gens ci va giù pesante realizzando un furibondo apologo splatter che mette in campo i più ingombranti fantasmi dei nostri tempi, conflitti razziali, fascismo strisciante e xenofobia quotidiana. E per farcelo capire meglio s'inventa un patriarca retorico-nostalgico che, in uniforme nazista, fischietta “Lili Marlene” e vaneggia di purezza razziale, naturalmente senza dimenticare l'”Arbeit macht frei”. I pargoli di cotanto padre (tra cui Samuel Le Bihan) si chiamano Hans, Karl e Goetz (e qui s'immagina Gens dare di gomito), mentre la residenza della famiglia felice sorge su una miniera abbandonata, le cui gallerie sono infestate dalla prole affamata e deforme dei mentecatti. Insomma, capito l'antifona, no?
Nonostante tutto la regia di Gens, talmente aggressiva da far scivolare in secondo piano l'abuso di citazionismo e l'accorta scaltrezza dei presupposti, funziona a meraviglia e risulta efficacissima sia nel costruire atmosfere laide e malate (alla “Casa dei 1000 Corpi”), che nel delineare un universo concentrazionario tra Salò e gli eros-svastika, come nella scena della porcilaia o in quella, riuscitissima e agghiacciante, del taglio dei capelli. La parte finale, con Yasmin in fuga con un abito da sposa screziato di rosso (The Blood Spattered Bride?), inietta robuste dosi di splatter e adrenalina, ma l'odissea, dopo l'obbligatoria regressione ferina tra il fango e la pioggia, si chiude con un gesto di resa: l'integrazione è impossibile, il cuore nero dell'Europa, presente e passata, ha vinto.
Coprodotto dalla EuroCorp di Luc Besson, che realizza molte cose mediocri ma se non altro offre delle opportunità ai giovani registi (oltre a Gens, ha fatto debuttare Aja e Leterrier), “Frontiere(s)” è un risultato degno di nota anche per l'ottimo lavoro di squadra di tutti gli attori, in primis l'energica e sensibile Karina Testa, e per la bella fotografia di Laurent Barès, molto contrastata eppure nitidissima e ai limiti dell'iperrealismo, tutta giocata su marcescenti tonalità giallo-verdognole che ricordano le fotografie del praghese Jan Saudek. Purtroppo Gens sta subendo lo stesso destino dei suoi colleghi francesi, ovvero si sta facendo fagocitare dalle major americane per sfornare prodotti predigeriti per i multiplex, e il suo futuro, almeno a giudicare da “Hitman”, appare al momento molto incerto. Fortunatamente c'è anche chi resiste, come l'accoppiata formata da Alexandre Bustillo e Julien Maury (quelli di “À l'intérieur”), che hanno preferito rispondere picche quando il previsto remake di “Hellraiser” rischiava di subire troppe manipolazioni da parte della produzione.
Nicola Picchi
Frontiera, frontiere. Il titolo originale sfrutta l'ambivalenza della declinazione e dei significati. Quella fisica, tra Francia e Olanda, dove avvengono i fatti narrati, quindi anche politica; quelle poi della morale, della decenza, della sopportazione.
Xavier Gens in questa sua nuova (per noi) devastante pellicola gioca letteralmente senza frontiere, abbattendole tutte, andando oltre. La trama è ampiamente già vista: il gruppo di sprovveduti malcapitati in mezzo ad una famiglia di assassini cannibali riproduce il classico NON APRITE QUELLA PORTA. Ma l'autore riesce a trarne un risultato eccellente e tutto sommato nuovo variando appena gli ingredienti. Così le vittime non sono inermi e spensierati vacanzieri, ma banditi, forse abitanti di quelle banlieues parigine balzate agli onori delle cronache; il capofamiglia non è un decrepito mostro, ma un anziano gerarca nazista fuggito alla fine della guerra oltrefrontiera. Infine tra gli orrori pubblici del mondo circostante (il film inizia in mezzo a disordini cittadini) e quelli privati mette il miracolo della vita: la protagonista Yasmine, che verrà non a caso fin da subito risparmiata, è incinta (le primissime immagini, per quasi un minuto, sono quelle dell'ecografia del suo piccolo), così come Eve, inquietante bambina rapita, che ha già avuto da Hans, uno dei figli del nazista, tre creature deformi. Il tutto immerso in un crescendo di arti mozzati, tendini recisi, seghe circolari, forni al vapore, armi da fuoco tuonanti, corpi umani sotto sale o cucinati, teste saltate in aria. C'è perfino, nel finale, una citazione dell'esplosione di rabbia vendicativa di FUGA DI MEZZANOTTE, con tanto di morso letale. Gens, nonostante abbia subito dopo realizzato la trasposizione di HITMAN, evita lo schema del videogioco (tanti nemici da abbattere in sequenza e quello più tremendo alla fine), malgrado sia tutto giocato in crescendo, ma va anzi in controtendenza e riempie i suoi mostri di umanità, dai tentennamenti di Hans alla curiosissima Eve. E come il vestito imposto alla protagonista dal nuziale bianco iniziale si tinge di gradazioni di rosso sangue sempre più intense e definitive, così l'atmosfera si carica di tensione e orrore fino quasi a saturarsi. Sullo sfondo le elezioni politiche, contese tra destra e sinistra, che sembrano riflettersi nel microcosmo della battaglia per la sopravvivenza che si svolge nella casa. E ancora cortocircuitano col discorso iniziale di Yasmine che si presenta e rifiuta questo brutto mondo, senza che noi possiamo ancora sapere perché.
Un film duro, estremo, registicamente avanzato, certo non per i deboli di cuore, che prende allo stomaco, ma anche al cuore e che non sarà facile dimenticare. Prima ci sono stati gli HOSTEL e i SAW, ma FRONTIERS ha diverse marce in più. Come sarà difficile scordare il personaggio di Eve (la stupefacente Maud Forget), la giovane freak incinta (in apparenza figura minore, ma che gode giustamente dell'onore di alcune locandine), che si svela pian piano per la povera vittima che in realtà è.
Paolo Dallimonti
Xavier Gens conferma il fermento in atto nel cinema francese che non sottovaluta brividi e gore dimostrando una volontà produttiva intelligente che rischia su nuovi talenti in grado di competere con i pilastri, per lo più d'oltreoceano, del genere. Si parla già di "nouvelle vague" del cinema horror transalpino facendo riferimento a registi come Eric Valette ( Malefique ), Alexandre Aja ( Alta tensione ), Alexandre Bustillo e Julien Maury ( À l'intérieur ) e ora, appunto, Xavier Gens, subito coinvolto, dopo Frontiers , in un progetto ad alto budget come Hitman - l'assassino , uscito con discreto successo a livello internazionale a inizio 2008. Con l'opera prima Gens si dimostra molto abile nella variante "survival-hardcore" . I quattro protagonisti sono ladri che durante la guerriglia urbana nelle banlieu parigine, in occasione delle votazioni per le elezioni presidenziali, si trovano a doversi dividere perché inseguiti dalla polizia. Sono decisi a scappare in Olanda e si danno appuntamento in un albergo isolato incontrato da due del gruppo lungo la fuga, vicino alla frontiera con il Belgio. Peccato che il rifugio improvvisato sia la tana di una famiglia di sadici e cannibali nazisti. Gens viene dal videoclip, e si vede, e dal punto di vista visivo rimescola un immaginario noto cavalcando l'onda dello shock sdoganata, a livello mainstream, dal remake di Non aprite quella porta , prima, e da Hostel , dopo, (e oramai, si spera, in via di esaurimento). L'idea di andare fino in fondo senza cedere al compromesso, mostrando torture e orrori oltre il limite del sopportabile, non è particolarmente originale, forse difficile da imporre ai produttori che temono l'invendibilità del prodotto finale, ma ancora in grado, se l'ufficio stampa funziona a dovere, di garantire titoli sui giornali e incassi soddisfacenti. Ciò che distingue il film di Gens dai tanti omologhi in circolazione è che Frontiers funziona. Il crescendo di angoscia a cui sottopone lo spettatore, infatti, è dato sì dalla gratuità di certe scelte, ma anche dall'indubbio talento del giovane regista nel gestire il cast (la protagonista Karina Testa è bravissima), i tempi e gli spazi, giocando anche sull'attesa e sulla creazione di una credibile deriva emotiva. In tal senso è più riuscita la prima parte, in cui gli antieroi protagonisti si trovano a dover fronteggiare cattivi molto più spietati di loro. Una insana competizione che trasforma spavaldi rapinatori in vittime per cui la prigione rappresenterebbe un miraggio di salvezza. Gradualmente, però, il grottesco estremizza le caratterizzazioni fino a rendere il bagno di sangue un teatro dell'orrore costantemente sopra le righe e, di conseguenza, epidermicamente efficace ma meno capace di coinvolgere. Molti, ovviamente, i modelli di riferimento, partendo da Non aprite quella porta di Tobe Hooper di cui Frontiers sembra una rivisitazione in salsa d'oltralpe; ma il frullato di Gens passa anche per gli stretti cunicoli di The Descent - discesa nelle tenebre di Neil Marshall, per l'atmosfera malsana di Wes Craven ( Le colline hanno gli occhi ) e per La casa dei 1000 corpi e relativo seguito di Rob Zombie (già a loro volta in forte debito con Hooper e affini), fino a Salò e le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini. Ma il coté politico pare soprattutto uno stratagemma per connotare temporalmente l'azione e vederci una presa di posizione tendente a sinistra e finalizzata a stimolare i giovani contro i pericoli dell'estrema destra sembra più che altro una fantasia di certi critici annebbiati dall'ideologia (oppure un'ottima idea dell'ufficio stampa per far parlare del film). Ora che anche la Francia ha spalancato le sue porte da non aprire, dimostrando la presenza di nuovi talenti, si spera però che le chiuda definitivamente, cercando il nuovo senza limitarsi a colonizzare, pur con indubbio mestiere, un immaginario arcinoto. Curiosità: il cattivissimo gerarca nazista è il padre del regista.
Luca Baroncini www.spietati.it |