“Blue than the velvet of his eyes…”
Il primo libro di critica cinematografica che ho letto riguardava la carriera di Paul Newman.
Avevo 15 anni ed ero in vacanza con mia madre a Rimini, entrai in una libreria e su di uno scaffale vi era una svendita di volumi riguardanti i divi di Hollywood degli anni ‘50 ‘60 .
Mi avvicinai subito, in realtà cercavo quello su James Dean ma non lo trovai, scorsi quello su Marlon Brando che piaceva a mia mamma, in copertina c'era il suo faccione mascelluto e virile con il cappello di “Fronte del porto”. Passai al libro successivo e trovai Paul Newman. La foto in prima pagina era in bianco e nero ma i suoi occhi rilucevano ugualmente e decisi di comperarlo.
Nei miei ricordi di ragazzina Paul Newman era presente solo in due episodi: la scena di “Missili in giardino” con Joan Collins in cui è ubriaco e che mi aveva fatto ridere, e la pubblicità in cui impersonava Babbo Natale.
Cominciai a scorrere le pagine del libro, che si rivelò decisamente interessante, e una volta a casa mi ripromisi di recuperare i suoi film in cassetta e di vederli.
Il primo che cercai fu “La lunga estate calda”, la recensione era ottima e la storia intrigante, e fu proprio nei panni di Ben Quick che Paul Newman mi folgorò e divenne il mio attore preferito. Era perfetto nella parte del presunto incendiario che in breve tempo entrava nelle grazie di un rude Orson Welles/ Varner il quale arrivava perfino a offrirgli in sposa la figlia.
Adoravo la sua interpretazione e quella di Joanne Woodward, che scoprii essere sua moglie, e una dopo l'altra mi riguardai tutte le pellicole di quegli anni: da “Butch Cassidy e Sundance Kid” a “La gatta sul tetto che scotta”, da “Il sipario strappato” a “Lo spaccone” , da “Lassù qualcuno mi ama” a “Dalla terrazza” e in seguito “Il colore dei soldi” e “Era mio padre”.
Non tutti i suoi film mi piacquero, ma mi convinse sempre la sua capacità di interpretare un “uomo nuovo” appunto, come se il destino fosse scritto davvero nel nome.
Non aveva mai la strafottenza di Marlon Brando ne la sua strabordanza scenica e neppure la fragilità che soccombe agli eventi di James Dean. Newman era l'uomo moderno colui che, nato in un epoca di passaggio tra tradizione e rinnovamento, sceglie la via della moderazione. Se in un primo momento rimane destabilizzato dagli eventi non se ne fa mai sopraffare ma cambia nei sentimenti e nella condizione sociale pur di adattarsi alla nuova era che sta arrivando .
Negli anni cinquanta e sessanta Paul Newman ha interpreto il ruolo dell'antieroe romantico: è stato un marito beone che si redime ne “La gatta sul tetto che scotta” accanto a Elizabeth Taylor nel dramma di Tennessee Williams, ha sfoderato tutto il suo fascino e la sua sensibilità ne “La lunga estate calda”, per il quale venne premiato a Cannes, ha mostrato la disperata spavalderia dei perdenti in “Lo spaccone” e “Paris Blues” e rappresentato la riscossa sociale in “Lassù qualcuno mi ama”, solo per citare alcuni titoli .
Il denominatore comune di questi personaggi era la facilità con la quale Newman recitava sul filo del rasoio, passando da un' emozione all'altra in modo magistrale. Egli emanava sex appeal senza esibirlo come Brando, esprimeva sensibilità e commozione senza raggiungere il senso di inadeguatezza alla vita di James Dean. Cito questi due attori come termine di paragone proprio perché erano gli estremi di un' America che stava vivendo un' era di grandi cambiamenti: il machismo ostentato e rude di Marlon Brando, icona della generazione che aveva visto la guerra e James Dean simbolo dell'inquietudine di una categoria fino allora inesistente, i giovani. Inoltre Newman al contrario degli altri due, fece parlare di sé per il distacco tra i ruoli che interpretava e la sua vita privata.
Sul finire degli anni sessanta Newman affrontò ruoli sempre più sfaccettati. I film che segnano un passo importante in questo senso sono “Nick mano fredda”, dramma sulle condizioni disumane in cui versavano i detenuti ai lavori forzati, “Indianapolis pista infernale” dove emerge la sua febbrile passione per le corse automobilistiche che lo accompagnava anche nella vita vera, “ Detective's story”, ripreso poi 10 anni dopo in “Detective Harper: acqua alla gola” , in cui interpretava un poliziotto che messo di fronte alla scoperta che il suo collega è in realtà un corrotto è indeciso tra il dovere o i sentimenti. Poi “Diritto di cronaca” in cui lo si vede perfino diventare violento nei confronti di una donna, “Buffalo Bill e gli indiani” nel quale da una versione delirante del protagonista che si è ormai ridotto a fenomeno da baraccone perseguitato dai fantasmi e “Mr e Mrs Bridge” dove, insieme alla moglie, mette a nudo vizi e scarse virtù di una coppia di coniugi, che non riesce a stare al passo con l'emancipazione dei figli. Il suo incontro con Robert Redford In “Butch Cassidy e Sundance Kid” crea un'accoppiata che risulta vincente sia a livello professionale che sul piano umano e durerà fino alla sua scomparsa.
La stessa complicità li accompagnerà nel divertito “La stangata”, dove ormai il loro sodalizio, non solo cinematografico, traspare sul set, dando vita a due mascalzoni indimenticabili. L'incontro fu così importante per entrambi, che Redford chiamò Sundance il suo festival per film indipendenti.
Newman fu anche regista e diresse se stesso e la moglie in ruoli difficilissimi di genitori sbagliati con figli specchio deforme di ciò che avrebbero voluto essere, i quali disattendendo le aspettative subiscono il peso della ricaduta delle colpe fino a conseguenze estreme: “ La prima volta di Jennifer ”, “ Gli effetti dei raggi gamma sui fiori di Matilde ”, “ Harry & Son ”, “Lo zoo di vetro” e l'adattamento televisivo del testo teatrale “ The Shadow Box ” .
Negli anni ottanta ne “Il colore dei soldi”, quasi un sequel de “Lo spaccone” ambientato nel mondo del biliardo, Newman passa il testimone a Tom Cruise che, come i figli di cui sopra, non ha saputo afferrarlo. Newman è il punto cardine del film e se lo mangia, tanto che il novello Cruise può solo stare a guardare mentre il maestro tira la palla in buca aggiudicandosi il secondo Oscar dopo quello dell'anno precedente alla carriera.
Negli anni novanta i Coen lo scelgono per interpretare un cattivissimo capo in Mr. Hula Hoop e Newman in quella parte grottesca, non si risparmia diventando terribilmente esilarante. Cinque anni dopo ne “La vita a modo mio” è un vecchio testardo e irritante in contrasto con il figlio. Nonostante i suoi anni Newman è ancora piacente al punto che una giovane Melanine Griffith si innamora di lui così come la critica, che gli assegnerà l'Orso d'argento a Berlino.
Sul finire del millennio Newman affianca un dimesso e triste Kevin Kostner nel melassatissimo “Le parole che non ti ho detto” e ancora una volta si preferisce lui al protagonista .
E' Sam Mendes a regalarci l'ultima apparizione cinematografica di un Newman in grande spolvero accanto finalmente ad un attore di spessore come Tom Hanks nel film “Era mio padre”. I due valorizzano l'uno la bravura dell'altro in un reciproco apporto di profondità al personaggio di cui sono interpreti.
Newman è scomparso da poco eppure ho l'impressione che non verrà ricordato a dovere.
Gli vennero assegnati gli oscar più “riparatori” della storia di Hollywood, uno alla carriera nel 1986, e uno l'anno successivo per “Il colore dei soldi”. Numerosissime le volte in cui venne nominato e non vinse neppure per i film meglio interpretati. Era una leggenda del cinema ma non si classificò mai tra le icone, mai tra i più grandi, sempre un passo indietro, come se il suo essere discreto in vita avesse appannato l'aura di divismo che lo accompagnava che per essere nutrita avrebbe avuto bisogno di scandali che non ci furono. Neppure quando suo figlio morì di overdose e lui reagì diventando il Babbo Natale dei miei ricordi di infanzia fondando la Newman's own che devolve ingenti profitti in beneficenza .
A distanza di anni ci ricorderemo dell'importanza della sua presenza nella storia di Hollywood, dell'attore che è stato, la cui eredità artistica nessuno ha saputo raccogliere? O semplicemente dei suoi incredibili occhi blu senza capire che sono stati il filtro attraverso cui abbiamo guardato l'anima dei suoi personaggi e dell'America che è sopravvissuta?
Ombretta Stefanoni |