A ROMA LE MANGIATRICI DI ANIME DI S. PIERRE YAMEOGO 

Anteprima romana per “Delwende lève-toi et marche”,

il film del regista burkinabè premiato a Cannes 2005 

Il cinema africano torna a Roma. Il film Delwende, lève-toi et marche, vincitore del Prix de l’Espoir al Festival di Cannes 2005 nella sezione Un certain régard, verrà proiettato gratuitamente per la prima volta nella capitale il 18 e il 20 ottobre alla presenza del regista, il burkinabé S. Pierre Yaméogo.
Cofinanziata dalla Fondazione Unidea e prodotta da Dunia Productions, Les films de l’Espoir e Thelma Films AG, la pellicola dipinge un affresco della società rurale del Burkina Faso, dei suoi profondi legami con i costumi ancestrali e delle loro conseguenze - spesso tragiche - sulla vita dei membri della comunità, soprattutto se donne. Il lungometraggio, infatti, racconta l’espulsione da un villaggio di una delle cosiddette “mangiatrici di anime”, che la credenza popolare ritiene responsabili di morti inspiegabili.
Delwende
verrà proiettato in due distinte serate organizzate dalla Fondazione Unidea. In entrambe saranno presenti il regista S. Pierre Yaméogo e una delle due protagoniste, Blandine Yaméogo (Napoko, la madre).
 

Il 20 ottobre ci sarà la proiezione pubblica gratuita, ad esaurimento posti. L’appuntamento è alle 21,00 al cinema Nuovo Olimpia, via in Lucina 16/g. 

Conferenza stampa di presentazione dell’evento, il 18 ottobre alle 11,00 al centro congressi Roma-Eventi di via Alibert 5a (via Margutta).

Intervengono: il regista S. Pierre Yaméogo e una delle due protagoniste, Blandine Yaméogo (Napoko, la madre), Jean-Leonard Touadi, africanista, Francesca Gori, Segretario generale Unidea. 

DELWENDE, LÈVE-TOI ET MARCHE

Prix de l’Espoir, Festival di Cannes 2005 

La sinossi

Pougbila rifiuta di denunciare il suo stupratore. Del resto, nessuno al villaggio le crederebbe, tranne, forse, la madre con cui la ragazza esita a confidarsi. Intanto, una serie di morti misteriose inquieta la piccola comunità rurale che, appellandosi alle superstiziose leggi tribali, individua una strega e le scarica addosso la colpa. La fattucchiera individuata dal rito è Napoko, la madre di Pougbila, e da quel “giudizio di Dio” prende il via il suo calvario: cacciata dal villaggio, da tutti rifiutata - famiglia di origine compresa - finisce esiliata in una casa di ricovero a Ouagadougou. Ma, dopo aver scoperto che il padre ha avuto un oscuro ruolo nella vicenda, Pougbila decide di opporsi all’ennesimo sopruso e di fare giustizia, per sé e per la madre. E dal villaggio comincia la sua lunga marcia alla ricerca di Napoko e della verità… 

L’idea del film

Viene da un documentario che il regista ha girato alcuni anni fa per la trasmissione di France 2 Envoyé Spécial. Il servizio parla delle “mangiatrici di anime” e dei ricoveri dove queste donne si rifugiano quando vengono cacciate dalla loro comunità perché accusate di provocare morte e sciagura. 

Il peso delle abitudini

“Molte persone in Burkina - ha dichiarato Yaméogo - credono ancora oggi alla leggenda delle mangiatrici di anime. Il film ha lo scopo di far evolvere le mentalità e sfatare queste superstizioni. Con Delwende ho voluto mostrare come ancora oggi alcuni membri delle piccole comunità rurali usino al loro vantaggio le credenze popolari, truffando di fatto il prossimo per esercitare il potere”. E aggiunge: “sono gli uomini che le hanno stabilite, ed è ora che gli uomini le cancellino”.

 

Le donne

Il cast è formato da attori non professionisti, che sono poi gli stessi abitanti del villaggio nel quale sono state effettuate le riprese. Alla loro prima apparizione sullo schermo sono anche le due protagoniste femminili, madre e figlia: Blandine Yaméogo e Claire Ilboudo. Prima di convincersi a “girare” davanti alla telecamera, le due donne hanno lungamente discusso con gli anziani e con le donne del villaggio. 

I giudizi

“Un film accattivante traversato da un quarto d’ora di grazia allucinata. Indimenticabile la sequenza in cui Pougbila vaga alla ricerca della madre nelle strade di Ouagadougou, tra le donne fantasma tessitrici di cotone relegate nei centri per strege”.

Philippe Azoury, Libération

 

“Yaméogo combina con occhio critico gli aspetti della tragedia greca con quelli della cinematografia contemporanea africana”.

Jay Weissberg, Variety 

“In uno stile leggero con punte di humour, il regista denuncia delle credenze assurde. Evitando di cadere in una drammaturgia indigesta, la forza nel film consiste nella profondità della riflessione trascesa dalla performance delle attrici (…) Una storia crudele ed attualissima (…) Un Yaméogo misurato e pertinente (…)”.

Benoit Tripez, Clap Noir 

“Con Delwende, il regista dimostra di essere un artista militante che crede ancora nella virtù del cinema di difendere i diritti della comunità”.

Michèle Levieux , l’Humanité

S. Pierre YAMEOGO, il neorealismo africano 

“Mi ispiro alla realtà perché credo che la pellicola sia innanzitutto un mezzo di informazione. E l’Africa è piena di cose su cui vale la pena essere informati”. Era il maggio 1991, e così S. Pierre Yaméogo si presentava per la prima volta al pubblico del Festival di Cannes. Sono passati quasi quindici anni, la tecnica cinematografica si è affinata, ma lo spirito e la tenacia realistica del regista burkinabè sono quelli di sempre. Il suo ultimo lungometraggio, Delwende, lève-toi et marche, che proprio Cannes ha voluto premiare, la dice lunga in proposito.

 

Nato nel 1955 a Koudougou, cittadina del Burkina Faso, Yaméogo ha sempre riportato con l’occhio critico e a tratti canzonatorio della telecamera le storie della sua terra e della sua gente, prestando particolare attenzione ad argomenti sociali forti, dall’educazione scolastica alla corruzione politica. Da qui, l’appellativo di “regista impegnato” coniato dalla critica internazionale, che lo promuove tra i migliori registi contemporanei africani. Lui, che “da ragazzo” sognava di diventare giornalista, ma che da adulto ha abbracciato il cinema ritenendolo l’unico strumento che gli permettesse di raccontare “senza pressioni e più liberamente” la realtà sociale del suo paese.

Oggi Yaméogo vive tra Ouagadougou , la capitale del Burkina Faso, e Parigi, dove è riuscito a fondare una piccola casa di produzione - la Dunia Productions, che prende il nome dal suo primo film - che sponsorizza e sostiene le opere di giovani talenti africani.

                                                                               

Non è la prima volta, dunque, che un’opera di Yaméogo arriva a Cannes. È già successo nel 1991 con Laafi, tout va bien (Settimana internazionale della critica) e nel 1993 con Wendemi l’enfant du bon Dieu (Un certain régard). Anche gli altri lungometraggi del regista hanno ottenuto il gradimento e il riconoscimento della critica internazionale. A iniziare dal primo, Dunia (1987), la storia della giovane Nongma, che dal villaggio d’origine va in città per frequentare la scuola. Seguendo il percorso della ragazza, lo spettatore scopre il mondo (dunia, appunto) delle donne del Burkina Faso: dalle più “emancipate” che vivono in città a quelle “isolate” dei piccoli villaggi rurali.

Il Burkina Faso ha fatto da sfondo infine, ma questa volta lontano, a Moi e mon blanc (2003). È la storia di Mamadi, studente burkinabé a Parigi alle prese con i problemi economici e burocratici dell’immigrazione, che lo porteranno prima a lavorare in nero come guardiano notturno in un parcheggio, poi a scontrarsi con il mondo della droga e della prostituzione.  

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