Dico
subito che è un film a basso costo e anche a basso profilo. Uno splatter in
piena regola, dove si è risparmiato persino sul sangue finto. Uno di quei film
che consiglio di guardare molto attentamente a chi studia cinema, perché si può
imparare moltissimo da una sintesi sistematica come questa di come non
si deve fare un film.
Bartali
direbbe: è tutto sbagliato, è tutto da rifare.
La
confusione e l’indecisione che regna nella testa del regista – che poi è
l’autore, che poi è anche il produttore del film - è totale; persino
raccontare la trama non è cosa facile, tanto è contorta e scarna. J. Merhi è
anche un gran simpaticone, lo si capisce da come ammicca al porno
all inclusive di classe.
La
storia si svolge in una Los Angeles degli anni ottanta, pulita come una Svizzera
degli anni tremila, con parrucchieri cotonatori-stacanovisti e spazzini meticolosi come certosini. Una
banda di brutti ceffi, impersonati da attori reclutati probabilmente tra
camionisti di passaggio e ubriaconi da bar di quartiere, hanno uno scontro a
fuoco con la polizia. Mentre muoiono fanno di tutto meno che morire: ridono,
qualcuno guarda l’altro come dire “cos’è che dovevo fare?”, tutti sono
inamidati, innaturali e stupefatti
come statue di cera a ferragosto.
Ora,
passi che la polizia di Los Angeles è famosa per una certa propensione al fallo
duro, diciamo così, ma questi assomigliano più a squadroni della morte
salvadoregni con licenza di macello. Sparano a disarmati distratti, nella miglior
tradizione dello splatter, volano tonnellate di piombo, il sangue-pomodoro
scorre a fiumi ma sempre nella direzione contraria a quello che la logica
balistica vorrebbe - il sangue e qualunque altro liquido schizza proseguendo
nella stessa direzione del proiettile e mai nella direzione contraria, ecchecavolo!
C’è
chi muore per un colpo al braccio e chi non muore nemmeno dopo ottanta colpi al
cuore.
Improvvisamente
si passa sul set di un film porno - direte
voi, che c’entra? Appunto - dove
la polizia, forse la stessa pattuglia di prima, fa irruzione a arresta tutti.
Tra i fermati anche due ragazze sedicenni che vengono prese in custodia da una solerte poliziotta, che di colpo smette la divisa e diventa seduta
stante assistente sociale (ma non per tutto il film… solo a seconda
dell’esigenza). La donna decide di portarsi a casa le due ragazze, entrambe
tossicodipendenti e prostitute e cerca di sapere chi le rifornisce di droga.
Ecco cosa centravano i brutti ceffi di prima… erano gli spacciatori… forse.
Il
marito della solerte poliziotta è uno psicanalista con ascendente fotomodello.
Bellissimo, alto due metri forse più, fisico asciutto, capelli lunghi e biondi
che… indovinate un po’? Bravi, finisce a letto con una delle due ragazze. La
moglie lo pizzica - ci mancherebbe! verrebbe da dire, lo fa niente meno che in
casa propria, con la moglie in sala che guada la televisione! – e viene
cacciato di casa. Lui abbozza qualche scusa che rasenta lo sfottò, tipo: ho
bevuto un po’ troppo… non è stata colpa mia… perché difendi lei e non me
e giù di questo passo.
Da
qui in poi è il tripudio dell’ovvio, di mani in tasca mentre si recita, di
ridondanze, di comparse riciclate ora come prostitute ora come poliziotte. Si
susseguono sullo schermo salti di scena vertiginosi, azioni prive di senso
logico e momenti di inutile lungaggine con infinite passeggiatine al parco che
non aggiungono nulla alla narrazione se non minutaggio.
Naturalmente
chi vende loro droga non si saprà mai, la domanda si perde nei meandri del
montaggio e della narrazione; le due ragazze muoiono entrambe in circostanze
violente quando meno è opportuno e il regista porno torna a scritturare
minorenni per i suoi peccaminosi fini;
insomma tutto come prima.
Un
lato positivo di questo film però c’è! Come in un documentario degli anni
trenta sulla compianta ed estinta tigre
della Tasmania si possono ancora ammirare com’erano le tette negli anni
ottanta prima dell’avvento del silicone.
La
sceneggiatura (perché c’era?) è ottima per un filmino della prima comunione,
il montaggio è da minimo sindacale. La fotografia è quella tipica degli anni,
con predominanza di verdi e colori slavati che tutto sommato trovo affascinante.
Con un po’ di attenzione si riscontrano persino sovraesposizioni e piccoli
errori di fuoco, ma si è talmente impegnati a non soffrire che non ci fa
nemmeno troppo caso. Desolanti e inaspettati gli spazi vuoti in alcune scene,
perché niente è più triste di una mensola vuota in una stanza vuota dove c’è
un tavolo vuoto o di un garage da meccanico con tre chiavi appese su un muro
imbiancato di fresco.
Se
trovate questa chicca in giro compratela, L.A.
Crack Down vale tutto il singolo euro che l’ho pagata al supermercato!
Gianni De Mauro