FOLLIA OMICIDA
(EPITAPH)

REGIA DI  JOSEPH MERHI
ANNO
1987
GENERE
THRILLER
PRODUZIONE
AMERICANA
SUPPORTO DVD
FUTURAMA
DURATA MIN.
94

Joseph Merhi non è il re degli effetti speciali, è piuttosto il re degli effetti indesiderati e collaterali. Il suo stile è personale, non c’è dubbio e bisogna riconoscergli il merito di sapere come pochi demolire le basi della grammatica narrativa, del buon gusto e della sequenza temporale come noi terrestri le intendiamo.
Se ne può dire tutto, se ne può disprezzare la produzione e la produttività, ma Merhi rimane un grande… nel suo piccolo.

Va bene, spesso ne ho parlato male, anzi lo faccio ancora e lo sto per fare di nuovo ma, è così bello sedersi davanti allo schermo e scoprire che il cinema ha ancora orizzonti infiniti e scantinati da esplorare. Lui soddisfa un certo retro-noi sadomasochista che esulta ad ogni frustata cerebrale inferte dalle sue pellicole alla retina.
Ecco perché Joseph Merhi è adorabile.

Questo film del 1987, Epitaph – Follia omicida – una vera follia cinematografica, è un capolavoro nel suo genere. Persino la copertina del DVD è amaramente autoesplicativa con quella bella foto di famiglia ritraente

padre, figlia e nonnina beatamente sorridenti e  in primo piano la madre – Dolores Nascar - l’arpia del film, così intossicata e impregnata dalla parte da non potersene più distaccare neppure durante le vacanze di natale.
La storia ha un avvio sorprendente come un’ejaculazione precoce e procede singhiozzando come la mia vecchia renault4.
Subito un’incongruenza (e facci almeno sedere!).
I membri della famiglia Fulton arrivano in una casa di campagna facendosi coraggio a vicenda perché “la casa è brutta” “è da rifare”, “presto andrà sistemata”. Me cojoni… viene da dire, la casa in questione è una villa stupenda a due piani, perfetta, imbiancata di fresco, con i fiorellini alle finestre e in ottimo stato (venga a vedere casa mia Merhi, per sapere cos’è una casa da rifare!), ovviamente non la risistemano nel film… ma c’era scritto nella sceneggiatura… quindi andava detto.

Spicca immediatamente la vecchietta catatonica – Liz Kane (un nome un perchè), che non sa proprio dove e come mettere le mani dopo il si gira. Sembra un’invasata alla festa del nipotino mentre trotterella ossessivamente tra una scena e l’altra ostentando spalle cifotiche alla mdp, come se avesse dimenticato la torta di fichi da qualche parte.
La madre, cattiva ogni oltre limite ma mai come la mia ex fisiatra, dondola la testa e la butta all’indietro ogni volta che pronuncia una battuta e non sa bene se deve impersonare una bigotta o una mignotta.
Merhi propende per la seconda che ho detto e mentre le fa uccidere un imbianchino casto che difende la propria verginità le fa anche sfoggiare tutto il suo campionario interpretativo lasciandoci davvero senza parole. Al malcapitato la donna rifila una decina di coltellate sufficienti ad uccidere un toro in calore.
Il marito chiede allora l’intervento discreto di una psichiatra – sapete com’è… un cadavere in giardino è una cosa leggermente seccante - ma ci vengono sapientemente nascosti i termini dell’accordo, per la souspance immagino.
Intanto, nella casa, la figlia Emy – impersonata da una splendida Natasha Pavlova - vede uno zombi dietro di sé. Opperbacco! Il padre va a controllare se ha seppellito per benino il cadavere del lavoratore precario novello Mario Goretti, ma viene da questi ucciso.
Si avete capito bene. L’imbianchino non è morto, è solamente un po’ sbudellato ed è stato solamente alcune ore seppellito vivo nella nuda terra - cose che se si è di robusta costituzione non fanno nemmeno troppo male. Insomma, lo zombi - che non è uno zombi - tenta anche di uccidere la signora Fulton (a chiunque del resto girerebbero le palle dopo un trattamento simile), ma questa tira fuori un bel fucile a canne mozze e gli spara… uccidendolo definitivamente questa volta!

La tavola, centro della famiglia Fulton, che Merhi non dimentica di sottolineare con continue, estenuanti, inutili e noiose inquadrature, si svuota del primo personaggio – a rischio di sembrare più che una scena desolante una partita a Quarti di Porco. Piangono tutti il marito ma l’imbianchino non se lo fila nessuno, del resto nessuno verrà mai a reclamarne il cadavere. Proseguendo nella visione del film potrete notare che a Merhi piacciono i piani sequenza o che gli hanno detto alla scuola del cinema che sono una raffinatezza (costano anche meno ore in sala di montaggio!!!), peccato che i suoi attori non abbiano la benché minima idea del ritmo e in mezzo alle frasi facciano passare due primavere.
Tra una pausa craxiana e l’altra la figlia conosce un ragazzo a scuola, Wayne. Lo descrive alla nonnina catatonica come un ragazzone alto più due metri, però, nelle inquadrature con un riferimento, il ragazzo è di statura normalissima; ma anche questo era scritto nella sceneggiatura… e quindi andava detto.

Ricompare Shirly (Linda Tucker Smith), la psichiatra che fingendosi una vicina di casa riesce ad ingraziarsi la signora Fulton. Le due diventano amiche, vanno a fare compere e qui, nella scena del drink al centro commerciale possiamo goderci una comparsata gustosissima di un signore che sembra Benny Hill con un parruccone rosso fuoco che c’entra come una verza in un campo da rugby. Improvvisamente la pazzia della Fulton ritorna ad emergere. La psichiatra viene colpita e portata in cantina, e qui… l’apoteosi si Merhi.
Shirley viene legata alla trave della cantina e seviziata dalla signora Fulton di cui tutto si può dire meno che ha schifo a maneggiare i topi. Questo poverino  - il topo - viene infilato in ogni indumento, strofinato su ogni lembo di pelle, comprese le parti intime (il topa con la topa), poi viene poco gentilmente rinchiuso in un secchio e legato al ventre della malcapitata. Con la fiamma ossidrica il secchio viene scaldato e quindi per uscire il topo deve scavarsi una via attraverso le viscere della signora legata… cavolo! Da vedere. Il topo però è un grande e recita senza sbavature la propria parte. Anche la nonnina catatonica viene uccisa poco dopo, ma J. Merhi non si perde in quisquilie tipo perché?

Si torna ai due ragazzi.

I due filano, lui vorrebbe, lei vorrebbe, ma la madre non vorrebbe.
Poco amabilmente la figlia viene reclusa in una stanza della terribile casa della quale si possono contare almeno una quindicina di totali dell’edificio assolutamente identici l’uno all’altro, ecchepalle!

Non vedendola Wayne la va a cercare, ma la madre cerca di sedurlo. Anche lui difende la sua illibatezza e le molla un cazzottone per distrarla un po’ e per farla rilassare. Lei però non si rilassa moltissimo, prende della benzina e cerca di dargli fuoco… il finale non ve lo rivelo, ma vi dico che merita… e anche che è abbastanza diverso da come ce lo si può immaginare… però non così diverso… insomma… guardatelo e potrete anche voi dire: ..
ho visto cose che voi umani non potete neppure immaginare!

Gianni De Mauro