Romanzo criminale
di Michele Placido
Il
titolo potrebbe essere Sti bravi pupattoli. Didascalia: Quei bravi
ragazzi all’amatriciana. Placido, infatti, alla sua ottava regia, punta in
alto, cesellando la sua versione cinematografica del romanzo di De Cataldo come
un torrenziale e spropositato affresco simil-scorsesiano sulle vicende della
banda della Magliana, nel contesto storico di un’Italia turbata da giochi di
potere, oscure stanze dei bottoni e pericolosi e intricatissimi giochi eversivi
e controrivoluzionari. La sceneggiatura del duo Rulli-Petraglia, cui ha
collaborato lo stesso autore del romanzo, intreccia tra loro, con buona
scrittura, le storie personali da emarginati bigger than life di un
gruppo di borgatari che, con lungimiranza e coraggio superiori alle altre
organizzazioni criminali, sognano (e riescono) a controllare Roma.
Come detto, le ambizioni di Placido sono altissime. Il notevole battage
pubblicitario che ha caratterizzato il lancio del film ci ha consegnato
impegnative dichiarazioni d’intenti del regista: scheletri nell’armadio da
estrarre, vie di denuncia da indicare, nuove strade di cinema “impegnato” da
tracciare.
Se osserviamo Romanzo Criminale da quest’ottica, il risultato non può
essere positivo. Premettendo la doverosa considerazione che la stagione politica
che viviamo ci spinge, in materia di storia recente, a ribadire anche l’ovvio
e a ricordare anche ciò che il semplice buon senso stesso dovrebbe rendere
indimenticabile, il film di Placido allude, riporta e sottende tesi
storiografiche piuttosto banali e ben note. Nessuno scheletro
“dissotterrato”, quindi, in una denuncia che qualche lungaggine di troppo e
una certa tendenza “estetizzante” annacquano impietosamente. Considerazioni,
queste, che però ci instradano verso la reale natura di Romanzo Criminale:
un film eccessivo, prolisso, troppo teso, violento e carico esteticamente,
troppo “mobile” e “sinuoso”, ma proprio per questo straordinariamente
accattivante e vincente, perché, laddove fallisce in presuntuosi e pretestuosi
tentativi di denuncia, ci restituisce, finalmente, dopo anni, un mafia-movie
che potremmo considerare incondizionatamente cinema di genere. Chi volesse
godersi un film italiano di sorprendente fluidità, con il conforto della
riconoscibilità di stilemi che referenziano il “genere” poliziesco non deve
più soggiacere alla stracultiana legge di Giusti e dei suoi Kings of B’s,
finendo per scoperchiare sarcofaghi che in taluni casi sarebbe meglio lasciare
tappati. Placido riporta alla ribalta un cinema che vale perché è (suo
malgrado, in questo caso) intrattenimento puro, perché finalmente distante
dagli interstizi narrativi in cui il nostro cinema, vessato da tanta fiction, si
era infilato. Basta donne con le paturnie che fanno le corna a mariti smarriti,
donne smarrite cornificate da mariti con le paturnie, handicappati da brochure e
omosessuali da rotocalco; basta con quel cinema asettico, sterile,
“radiofonico”, irrimediabilmente distante dalla realtà dello spettatore
medio. Placido ci restituisce, a sorpresa, un cinema che parla con le immagini,
e con le immagini avvince e diverte, un cinema di genere attualizzato,
politicamente “rovesciato” (com’è ovvio) rispetto ai fatali anni ’70,
sorretto da un cast scintillante (eccezione: Accorsi). Di questi tempi, non è
poco.
Simone Spoladori
Parlando di
Romanzo Criminale, Michele Placido
ha detto che con dei budget più consistenti anche in Italia possono prodursi
buoni film di genere. Non si può che concordare con l’affermazione del
regista. Aggiungiamo che alla base della riuscita di un film c’è sempre anche
una buona storia da raccontare, cosa abbastanza rara di questi tempi, e quindi
un’eccellente scrittura.
Il romanzo cult di De Cataldo era già un film nel momento della sua stesura. Lo
stesso scrittore ha collaborato con Rulli e Petraglia alla sceneggiatura della
pellicola già campione di incassi. Un grande lancio pubblicitario, un cast che
raccoglie il meglio della nuova generazione di attori italiani. Romanzo
Criminale è anche un film di moda. Rilancia gli anni 70 con i
costumi e gli accessori dei protagonisti, sfrutta tutte le canzoni e le
canzonette dell’epoca in una buona colonna sonora, diventa tristemente
d’attualità con un grande sfoggio di “pippate” di cocaina e canne fumate
con naturalezza.
Contrariamente a quanto potrebbe pensarsi, non guarda al poliziottesco anni 70
bensì allo Scorsese di Good Fellas, al De Palma di Scarface e, in alcuni
frangenti al Tarantino de “Le
Iene”. Tuttavia, Placido non copia nessuno ed anzi eccede con qualche
personalismo nella seconda parte del film, la meno riuscita, con
incursioni nel cinema di inchiesta lanciandosi in temi già affrontati
dallo stesso regista, ma con esiti migliori, in “Un Eroe Borghese”.
Il film, abbastanza lungo, parte con ritmi altissimi coinvolgendo lo spettatore
nell’ascesa criminale della banda della Magliana.
Vengono infatti tratteggiati i caratteri dei protagonisti, Libano, Freddo e
Dandi quasi con tre distinti episodi. Meno riuscita, forse anche per la prova
nervosa ed opaca di Accorsi, la figura del commissario Scialoja. Bravi comunque
tutti gli attori, Santamaria, Favino e Rossi Stuart sono in continua ascesa.
Jasmine Trinca è ormai più che una promessa. Anche i vari Venditti e Fassari e
Scamarcio rendono al massimo intepretando personaggi secondari. Menzione a parte
merita Anna Mouglalis per la sensualità che sprigiona interpretando Patrizia,
così come l’avevamo immaginata nella lettura del romanzo.
Non troverete nel film i mirabolanti
inseguimenti automobilistici che hanno reso celebre i film di malavita dei vari
Di Leo, Massi, Lenzi e company. Non ci sono neanche degli eroi. Tanto sangue,
tanta droga, e tanta Roma in una struttura narrativa complessa girata con
maestria e con un ottima fotografia. L’epopea criminale dei ragazzi di borgata
che divennero imperatori perde un po’ di ritmo quando inizia il loro declino.
La presunta collaborazione alla strage di Bologna, l’intervento dei poteri
forti ed occulti dello Stato nelle loro vite è proprio il punto debole del
film. Sarebbe stato opportuno anche indicare alcune date che risultano
fondamentali per la migliore comprensione della vicenda, mentre invece si
scelgono dei filmati d’epoca per scandire il passare degli anni e il
succedersi degli avvenimenti.
Ma aldilà di qualche comprensibile difetto, Romanzo Criminale è un prodotto
riuscito. Un vero e proprio film di genere che apre uno spiraglio di novità in
un panorama cinematografico nazionale ancorato esclusivamente alla vetusta
commedia e alla riscoperta perenne di ciò che è stato.
Francesco Sapone
Fatti
della banda della magliana
Recensioni
Home
Archivio