La paura dell' essere inghiottiti, dello scomparire, quindi del non esserci più materialmente e cerebralmente, ha un valore che si lega in maniera intrinseca a diversi aspetti di natura: biologica, antropologica, sociologica e psicologica, ma tutti questi aspetti fanno capo ad un corpus principale di natura ontologica.
Diciamo che l'essere, in quanto tale, è perseguitato dal terrore ancestrale di svanire per sempre, dissolvendosi nel nulla, paura oggi più che mai sentita, vista la virulenta epidemia dell'apparire, ovunque e comunque, la quale sta ammorbando la nostra società, con questo suo impellente bisogno di mostrarsi ad ogni costo, di sbattere in faccia al prossimo la propria immagine per poter affermare di esistere.
Un'esistenza più che mai effimera e per contrasto viene da citare la sublime battuta croneberghiana pronunciata da Jeremy Irons in "Dead Ringers" :<<Bisognerebbe istituire dei concorsi di bellezza all'interno del nostro corpo!>>.
Il cinema ancor prima di trovare il suo "specifico filmico", all'interno del tempio delle arti, aveva già intrapreso un'autoriflessione(forse involontaria, forse no) riguardo alla doppia possibilità dell' ingoiare e dell'essere ingoiati, o meglio, la potenza che ha il mezzo stesso nel produrre qualcosa che va divorato e il bisogno spasmodico (del mezzo-cinema), di divorare per poter assolutizzare la propria presenza.
L'esempio perfetto ce lo porta "The Big Swallow"(ovvero il grande boccone), cortometraggio del 1901diretto da James Williamson, uno dei pionieri inglesi del cinema primitivo, questo short mostra un uomo che non vuole essere ripreso dall'obiettivo e finisce per ingoiare l'intero mezzo meccanico, operatore compreso.
Qui come in "Great Train Robbery"(con l'interpellazione finale del bandito che spara all'obbiettivo) è in gioco l'azzeramento del profilmico,(senza escludere il fruitore).
Il cinefilo, soggetto onnivoro per vocazione (o per necessità), è dotato di uno sguardo insaziabile e trangugia senza posa tutto ciò che risulta fruibile, posseduto da un desiderio incontrollabile e da una passione bruciante che lo spingono a cibarsi feticisticamente dell'oggetto amato, oggetto impalpabile, impossibile da toccare, da stringere, da possedere e la paura di essere divorato dal proprio "feticcio" del desiderio è sempre in agguato.
Questa sorta di Babau iconografico, questo temibile(amabile) Leviathan dell'arte visiva, sempre pronto a divorare profilmico e fruitore, si è materializzato proprio nel decennio più buio e scivoloso del xx°: gli anni ottanta.
E' stato proprio nel temibile e detestabile decennio dell' dell'horror vacui e dell'edonismo reganiano, quando il cinema ormai sembrava definitivamente caduto in uno stato semi-vegetativo, che questa pratica divoratrice s'è mostrata nel pieno delle sue potenzialità, senza nascondere però il suo lato più fragile.
L'horror(forse ancora più dell'action) è stato indubbiamente il genere più manipolato, plasmato e brutalmente violentato, a tal punto da risultare oggi amorfo e irriconoscibile, questo è il risultato del lungo macinare che hanno fatto le zanne fameliche degli 80', le quali hanno distrutto con tenace disprezzo, ma al contempo sono state in grado di rigettare dal caos generato quella "doppia possibilità dell' ingoiare e dell'essere ingoiato" di cui parlavamo.
I primi sintomi hanno cominciato a registrarsi nel 1975(anno storiograficamente imperfetto se teniamo conto anche della lista vampiresca che lo precede) con "Lo Squalo" di Spielberg, primo scary-buster (blokbuster di spavento) in grado di mostrare a tutto tondo l'efficacia famelica e la forza distruttiva del cinema stesso.
Su modello del caposaldo spielberghiano, altri cineasti altrettanto intelligenti e capaci(ma non sempre all'altezza) hanno partorito una "in"degna progenie: i pirana di Joe Dante e quelli di Cameron, l'alligatore metropolitano di Teague e i sempre più parossistici killer crocodiles e ancora: scimmie romeriane, surrogati di barracuda, batraci sanguinari, plantigradi ciclopici e persino gelati e pomodori dalla fame atavica(solo per limitarci ai più pregevoli/spregevoli).
Ora non ci preoccupiamo certo di stabilire quanto siano riusciti o meno questi prodotti seriali, l'importanza sta nell'efficacia che hanno nell'incarnare lo snodo del nostro discorso, allora sotto questo aspetto possiamo dire che sono (quasi) tutte delle ottime metafore, dei generosi succubus che assorbono le fervide menti dei fruitori più disponibili e in cambio donano loro quel brivido onirico, ostentatamente cercato nel magnetismo del grande schermo.
Il vero pericolo è quando questa interazione, questo reciproco salasso tra mezzo e fruitore, diviene un compiaciuto onanismo dell'immagine stessa e in questo frangente è il caso di occuparci di quel terrificante e abominevole autostupro che è "Antropophagus" di Joe D'Amato.
D'Amato ha sicuramente raggiunto la vetta dell' autodistruzione iconica, l'apogeo dell'immagine che si autoingoia(come viene palesemente esibito nel finale con il cannibale intento ad utofagocitarsi!)altro che il famoso carrello di Pontecorvo in "Kapò", fatto drasticamente a pezzi da Rivette, qui andiamo ben oltre l'immoralità, siamo inevitabilmente giunti ad un punto di "non" ritorno.
Fortuna vuole che gli efficaci modelli di rappresentazione esistono ancora anche se pressochè invisibili, per miopia critica e per qualunquismo spettatoriale, fatto sta che per caso o per miracolo, nell'agosto 2008, la stagnante realtà delle sale italiane, praticamente semideserte, viene (almeno in minima parte) rivoluzionata dall'arrivo di "Denti", un piccolo ma robusto filmetto artigianale, molto più fondamentale di quanto possa apparire in superficie.
Teeth è nella fattispecie un efferata teen-horror-comedy alla Brian Yuzna, che sotto la patina goliardica della trovata principale(una vagina dentata!) si presta a diversi e interessanti piani di lettura che vanno dalla castrazione del regime fallocratico, al complesso rapporto tra nascita e concepimento, fino a raggiungere il nostro oggetto di studio, quella paura di cui abbiamo tanto parlato,che sarebbe più corretto chiamare forza, la quale attrae e respinge lo spettatore, una forza immaginifica, aggressiva(da un lato) e remissa(dall'altro) che il cinema in quanto tale dovrebbe sempre possedere e soprattutto essere in grado mostare.
Valentino Saccà
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