Inutile cercare citazioni, differenze e affinità con l'omonimo film di Abel
Ferrara. È lo stesso Werner Herzog, in conferenza stampa al Festival di
Venezia, a dichiarare di non conoscere il regista americano e di non avere
mai visto nessuno dei suoi film. Non di remake si tratta, quindi, ma di
opera a sé stante che con il film di Ferrara ha in comune solo il titolo e
la deriva del protagonista, un tenente di polizia in servizio a New Orleans
in totale dipendenza delle proprie pulsioni, esaltate dalla continua
assunzione di droghe di ogni tipo. Qualunque siano le motivazioni di Herzog
(girare un film a Los Angeles dove vive felicemente coniugato?), si fatica a
identificare la necessità di un'opera continuamente incerta sul registro da
adottare. L'andamento, sottolineato dalla bella colonna sonora di Mark
Isham, è da noir, con un poliziotto, le sue rogne personali e un'indagine in
corso, ma lo sviluppo passa da situazioni decisamente comiche e sopra le
righe, dal sapore vagamente tarantiniano (la spassosa invettiva di Cage
contro la vecchia in casa di riposo e la sua badante), a virate surreali che
faranno la felicità soprattutto dei cinefili pronti a tirare in ballo il
rapporto viscerale di Herzog con la natura (il serpente che apre il film, l'alligatore
investito dall'auto e quello che osserva la scena dell'incidente, le iguane
immaginate dal protagonista in preda a deliri psichedelici), e a trovate che
si vorrebbero ironiche ma arrivano invece grevi (il balletto dell'anima di
un pusher morto ammazzato, la leggenda del cucchiaio d'argento raccontata da
Cage a una fin troppo docile Mendes, il finale smaccatamente caustico). Il
problema è che la perplessità regna sovrana e lo sguardo d'insieme manca di
una coerenza in grado di rendere l'opera, pur piacevole, anche compatta.
Troverà comunque estimatori grazie a un Nicolas Cage totalmente in parte e
molto bravo nel rappresentare, anche fisicamente (quella spalla perennemente
abbassata), il punto di non ritorno del protagonista e all'aura di mito che
avvolge il regista tedesco e la sua visione. Puramente esornativa, invece,
la presenza di Eva Mendes.
Luca Baroncini de www.spietati.it
Durante l'uragano Katrina, il sergente Terence McDonaugh salva dall'annegamento un detenuto intrappolato in una prigione, guadagnandosi la promozione a tenente ma anche forti dolori alla schiena, che gli procureranno una dipendenza da Vicodin e droghe assortite. Quando si trova ad indagare sulla strage di una famiglia di afroamericani legata al traffico di droga, Terence è certo di riuscire ad incastrare il colpevole.
A scanso di equivoci, questo remake truffaldino dell'omonimo capolavoro di Abel Ferrara non ha nulla a che spartire con l'originale. E per fortuna, verrebbe da aggiungere, visto che la sola idea appariva non solo blasfema e ridicola, ma anche fortemente rischiosa per qualsiasi regista si trovasse ad affrontarla. Risultano così un po' sterili le polemiche successive, in cui Ferrara maledice i responsabili di cotanto oltraggio mentre il pacatissimo Herzog, che dichiara di non conoscerlo e di non avere mai visto “Il cattivo tenente”, invita il collega ad una chiaccherata pacificatrice davanti a un buon whisky. Unico punto di contatto tra i due film, l'avere come protagonista un poliziotto corrotto e sessuomane, nonchè consumatore compulsivo di qualsiasi droga gli capiti a tiro.
Fin dalle prime immagini, risulta chiaro che Herzog è totalmente disinteressato alla struttura convenzionalmente noir imbastita dallo sceneggiatore televisivo William Filkenstein, sia pure nei limiti dell'esercizio di stile. La New Orleans post-Katrina in cui è ambientata la vicenda è osservata con occhio tra il documentaristico e l'allucinato, un sistema urbano sull'orlo del collasso non molto dissimile dalla giungla di Aguirre e Fitzcarraldo o dai ghiacci di “Encounters at the End of the World”. Il tenente Terence McDonaugh, costantemente sotto l'influsso di sostanze stupefacenti, si muove in un mondo immerso in un chiarore abbacinante, che contraddice tutti gli stilemi del genere. Abito di due taglie più grandi e pistola perennemente infilata nei pantaloni, è un surreale Buster Keaton strafatto, eppure paradossalmente lucidissimo, sempre alla ricerca di qualcosa che acquieti temporaneamente la sua dipendenza, che si tratti di sesso, di droga o di denaro per pagare il suo allibratore. E' dunque conseguenziale che la trama da poliziesco di quart'ordine, l'indagine sull'omicidio di cinque senegalesi ad opera del trafficante Big Fate, scivoli immediatamente in secondo piano, mentre il film si disperde in mille rivoli seguendo un percorso erratico e imprevedibile, sul filo dell'assurdo. Anche le scene che ai detrattori parranno troppo autoreferenziali (l'alligatore investito, le iguane) hanno una loro ragion d'essere all'interno di questo programmatico “detour”, che oscilla tra l'acida parodia e l'amore per l'eccentrico. La narrazione si sfilaccia in una miriade di frammenti inaspettati (il rapporto di Terence con Frankie, prostituta d'alto bordo, e con il padre ex alcolista) e di personaggi sopra le righe (l'allibratore Brad Dourif, il cliente di Frankie), perdendo qualsiasi baricentro per abbandonarsi liberamente al piacere di un'esplorazione priva di vincoli di sorta, un viaggio che lo spettatore è invitato ad intraprendere fin dalla prima inquadratura, che segue lo spostamento sinusoidale di un serpente acquatico.
Nicolas Cage, attore gigionesco quant'altri mai, è assolutamente perfetto per il ruolo di Terence McDonaugh, naturalmente augurandosi che non l'abbia preso sul serio. Vederlo quando digrigna i denti spianando la pistola in faccia a un'anziana signora in sedia a rotelle, o mentre strabuzza gli occhi ricevendo favori sessuali da una ragazza fermata all'uscita di una discoteca raggiunge vertici assoluti di comicità, si spera volontaria.
Detto questo, è da una ventina d'anni che Herzog dà il meglio di sé nei documentari o presunti tali, e “Il cattivo tenente”, pur con tutti i suoi pregi, non fa eccezione alla regola. Abbandonando il titanismo romantico di Aguirre, Fitzcarraldo o Nosferatu, per inseguire il pallido outsider Terence McDonaugh, slavata incarnazione in sedicesimo dei suoi predecessori, il regista è convincente a metà, e quella che resta è un'apprezzabile, ironica ma in parte svogliata, variazione sul tema.
Nicola Picchi
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