Dopo avere raccontato la storia della banda della Magliana e di un quarto di
secolo italiano con Romanzo criminale Michele Placido torna a scegliere temi
importanti. È questa la volta del '68, che si fonde perfettamente con la sua
biografia, visto che è proprio in quegli anni che il futuro sanguigno
regista, fuggendo dalla piccola realtà di un paese pugliese, raggiunge Roma,
entra nella polizia e scopre definitivamente la sua vocazione di attore. Ed
è proprio il racconto di formazione a risultare maggiormente incisivo nella
visione di Placido, forse perché più sentito rispetto a una connotazione d'ambiente
non priva di efficacia ma piuttosto stereotipata. L'anno dei tumulti
studenteschi in cui è cambiata la consapevolezza di molti, almeno per un po',
nei confronti del potere istituito, dell'autorità, è reso attraverso i
comitati, i tafferugli, gli scontri con la polizia, i discorsi politici, i
dibattiti, il rifiuto della cultura ufficiale da parte degli studenti dell'Università
"La Sapienza" di Roma. Al centro del racconto la presa di coscienza della
giovane e coscienziosa Laura, che si oppone con forza e determinazione ai
principi conservatori della famiglia borghese da cui proviene e al
conformismo dei ruoli, diventando un punto di riferimento per uno dei leader
del movimento studentesco, il fascinoso Libero. Ma non c'è mordente senza
contrasti e così ecco arrivare Nicola, il poliziotto, alter-ego di Placido,
che si infiltra nell'Università occupata e ovviamente si innamora di Laura.
Nonostante una certa prevedibilità, passaggi che rischiano il didascalico,
le immancabili immagini di repertorio e qualche macchietta (il padre di
Laura su tutte), il film è capace di emozionare e non cade nella retorica e
nell'ideologia. Il punto di vista è quello degli studenti, ma la varietà dei
personaggi offre sfaccettature che contribuiscono a creare un quadro d'insieme
piuttosto ampio. Le ragioni di tutti vengono motivate con un'alternanza
capace di rendere l'opera problematica e non priva di spessore. Poi, con
tanta carne al fuoco la sensazione è di superficialità, ma lo sforzo di
Placido di asciugare il film da fronzoli e orpelli soffermandosi solo su ciò
che lo interessa (raccontare una parte di sé connotandola temporalmente in
modo da renderla universale) impedisce al film di sedersi completamente sui
cliché. In parte e credibili gli interpreti, con una nota di merito alla
naturalezza di Jasmine Trinca (un po' offensivo il premio Mastroianni come
attrice "emergente" attribuitole al Festival di Venezia, visto che è sugli
schermi da quasi due lustri), e a Riccardo Scamarcio, sottovalutato a causa
del successo nel pessimo filone giovanilistico e invece dalla forte presenza
scenica.
Luca Baroncini de www.spietati.it
Dopo il successo di Romanzo Criminale , seguito addirittura da una fortunata una serie televisiva , in molti avevano entusiasticamente pensato ad un rilancio del cinema italiano di genere.
Le precedenti e diverse opere del Michele Placido regista, anche se coraggiose e tecnicamente rilevanti, avevano evidenziato dei limiti di scrittura pur lasciando percepire la passione che l'eclettico cineasta aveva trasfuso nel suo lavoro.
Considerazioni queste ultime pienamente estensibili anche a “ Il Grande Sogno”, film autobiografico che si svolge a Roma tra il 67 ed il 68.
Progetto ambizioso per un film che non suscita emozioni.
La storia, poca cosa in realtà, narra una sorta di triangolo amoroso tra un poliziotto meridionale ,
una ragazza borghese prestata alla rivolta ed il leader del movimento studentesco.
Con lo sfondo della rivoluzione sessuale, sociale e politica di quell'epoca, il poliziotto sogna di diventare un attore per uscire dalla sua dimensione realmente proletaria mentre gli altri due protagonisti sognano di cambiare il mondo e ribaltare le diseguaglianze sociali.
“Il grande sogno” si lascia guardare tra uno sbadiglio e l'altro, non ha la forza e l'imponenza de “ la meglio gioventù” , probabilmente modello e riferimento di Placido, tende a farsi dimenticare in fretta così come gli altri films che attraverso nobili citazioni cinefile, musicali e letterarie hanno provato a raccontare gli entusiasmi, le delusioni e le tragedie della rivoluzione del 68.
E' ottima la ricostruzione storica, buone le riprese degli scontri di piazza, Jasmine Trinca si conferma attrice di rango, Scamarcio e Argentero si limitano a svolgere un compito ordinario.
Tutto qui? Si. Tutto qui.
Il resto è fatto di personaggi stereotipati e caricaturali che inciampano in inutili gag, come Silvio Orlando, Laura Morante, e gli intepreti del professore universitario, dello studente calabrese e del padre della Trinca. Sono soltanto ed inutilmente citate le vicende delle lotte contadine in Sicilia, viene ribadita la visione pasoliniana dei poliziotti, spesso si incede tra slogan scontati ed inutili.
Il poliziotto diventerà un attore, la Trinca una docente universitaria nell'odiata America, Argentero un terrorista rifugiato in Francia.
In fondo, ognuno realizzerà le proprie aspirazioni. Non c'è profondità, non affiora disillusione.
Tutto sommato, un passo indietro per Placido così come per il cinema italiano dopo i fasti de
“Il divo” e di “Gomorra”.
Francesco Sapone |