LA LA LAND

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Scheda film
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Damien Chazelle
Fotografia: Linus Sandgren
Montaggio: Tom Cross
Scenografie: David Wasco
Costumi: Mary Zophres
Musiche: Justin Hurwitz
Suono: Ryan Cole
USA/Hong Kong, 2016 – Musical – Durata: 128′
Cast: Ryan Gosling, Emma Stone, Rosemarie DeWitt, Amiée Conn, Terry Walters, Thom Shelton, J.K. Simmons
Uscita: 26 gennaio 2017
Distribuzione: 01 Distribution

Ogni tanto parliamo anche di cinema

“…I don’t care if I know
Just where I will go.”
(City of stars)

Dopo l’ondata di “opinionismi” dell’ultimo minuto, a causa del qui pro quo sul vincitore dell’Oscar 2017 come Miglior Film, i giudizi di valore su La La Land e sulla sua più o meno ingiusta esclusione dal più ambito premio dell’Accademy si stanno già molto sgonfiando. D’altronde si sa, la tenuta di un “flame” nel mondo social si fa sempre più breve. Premesso che un commento più che calzante su queste vicende potrebbe semplicemente essere un “chi se ne importa”, risulta forse interessante analizzare il lungometraggio di Chazelle a prescindere dal polverone mediatico che è in grado di sollevare.
Pensandoci bene, il film ne esce come un glorioso epitaffio della Hollywood classica. Nella prima metà il regista ci pone davanti lo scheletro inadeguato di una cinematografia passata, che a ogni uomo o donna borghesi mediamente colti e sotto i 40, che vivono il moderno come esperienza totalizzante, risulta ormai stretta, inutilmente irreale e fin troppo stucchevole. Il sogno patinato di una giovane attrice e di un talentuoso e squattrinato pianista jazz non trova spazio nel mondo di oggi, dove la realtà a furia di gomitate sembra stia finalmente trovando una posizione principe nel linguaggio artistico. Ma dopo la prima ora le intenzioni del regista (o di chi per lui) prendono forma in modo più compiuto. L’addivenire di una messa in scena diversa, gradualmente e silenziosamente più strutturata, che confluirà con la sequenza finale in una turbinosa ellissi temporale, contribuisce a creare la sovrapposizione di una dimensione filmica su un’altra, che invece sta ormai per estinguersi. Questo cambio di marcia che guadagna posizione nella seconda metà del film, si conforma in modo predominante a una visione cinematografica e sociale sicuramente più moderna e  meno edulcorata, anche se rimane comunque all’interno del recinto dorato hollywoodiano, raggiungendone le stesse conclusioni con mezzi diversi.
E quali sono queste conclusioni, veicolate dalla successione di due differenti società dello spettacolo? Prima di tutto l’ammirazione dello spettacolo stesso, senza fare domande ma semplicemente lasciandosi invadere da una cieca a simil divina ammirazione per i propri beniamini, e successivamente, come diretta conseguenza della prima, la scissione del contenuto filmico da qualsiasi interpretazione politica. E infatti forse è proprio collegandosi a quest’ultimo stilema che un’opera così ambiziosa è stata affidata a Damien  Chazelle: nel precedente Whiplash infatti il valore morale, anzi amorale, della storia (il raggiungimento del successo con qualsiasi mezzo, anche il più autoritario, la competizione come timone della civiltà) perde completamente di importanza di fronte alla potenza dell’intreccio. Così è in La La Land: il divismo sfrenato, la condanna del cambiamento (“ma questo è senza glutine vero? No?! Voglio i soldi indietro allora!”), l’ossessione per il successo vista come un dolce sogno tra le nuvole e insomma tutte le idiosincrasie della vecchia società dell’immagine, sono interpretate solo come punti di vista, il cui il giudizio è avocato. Secondo Chazelle (o ancora, secondo chi per lui) sarà in un’altra sede che si dovrà discutere di ingiustizia sociale o di altre implicazioni. Qui si fa solo cinema.
È sottile il confine che si pone sulle politiche dell’Accademy rispetto a questi cambiamenti. Da una parte troviamo uno spicciolo incoraggiamento ai film di denuncia sociale, se così si possono chiamare (vedi Moonlight, ma anche Loving, Il diritto di contare e molti altri pamphlet da premio), che comunque non adottano una resistenza nella loro forma, ma solo in un presunto contenuto, che ci mostra l’accoglimento dell’uguaglianza sotto l’egida di un nuovo e ipotetico capitalismo 2.0; dall’altra un cinema che si ferma all’interno dei suoi più classici e solidi confini, lasciandosi sbalordire dalla rinascita del musical. A cosa siamo di fronte? A una ricerca di un nuovo baricentro espressivo della narrazione mainstream oppure alla sua scomparsa? “…I don’t care if I know, just where I will go”.

Voto: 8

Mario Blaconà

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