L’ITALIANO DI CUBA

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A Cuba c’è un ragazzo dalla carnagione scura, figlio di quella borghesia militare nella quale da sempre è stretta la popolazione, ma un ragazzo che al contrario di quella stessa popolazione, spesso costretta a vivere di stenti, e dell’iconografia nella quale di lì a qualche decennio sarà ricordato nel bel paese, non è di certo inerte di fronte al galateo ma ampiamente in grado di sedere a tavola, dare di scherma e di comportarsi nell’alta società. Figlio fin troppo responsabile di un militare che la notte di capodanno del 1947 preferì, farla finita di fronte ai suoi occhi. Troppa l’onta per quell’arresto causato dall’arrivo di Fulgencio Batista e ancora meno la voglia di continuare a combattere contro i propri fantasmi. Un bacio al piccolo Tomas, questo il nome del giovane, una sbrigativa richiesta d’essere responsabile per sé e per la madre, e un colpo di revolver a sancire una fine che il giovane si porterà nel cuore per tutti gli anni a venire. A salvarlo dall’arrivo di un’indigenza inarrestabile una zia che lo caricò letteralmente a forza su una nave con destinazione nuovo mondo, convinta della passione del giovane Tomas nei confronti della recitazione. Sbarcato su suolo americano e raggiunta la ‘Grande Mela’ Tomas inizia la sua avventura prima nel ruolo di ascensorista, per pagarsi gli studi e il sostentamento, poi direttamente nell’empireo dell’Actors Studios, preparando un monologo di ammissione di fronte al grande regista Elia Kazan.

Quinto Gambi, romano da almeno otto generazioni, lavora al mercato del pesce di Tor Marancia. Quinto gode di una curiosa somiglianza con un noto attore di origini cubane, si può ben dire che siano due gocce d’acqua, al punto che, ,senza timore, quando s’incontrano per la prima volta, Milian, cognome atto a dimenticare le origini cubane e crearsi una verginità ‘Made in USA’, ne rimane folgorato, mentre il secondo, con l’onestà di chi proviene dal popolo, gli racconta di rimorchiare le ragazze proprio grazie a questa forte somiglianza. I due iniziano a frequentarsi, l’attore diventa subito un amico fraterno di Quinto e della sua famiglia, inizia a trascorrere molto tempo assieme a lui negli angoli di una Roma che sino a quel momento gli erano preclusi e ignoti. Lui, un attore al massimo della fama al punto di aver interpretato decine di pellicole impegnate, iniziando sul finire degli anni ’50 con il regista Mauro Bolognini che per primo lo aveva voluto in Italia, aveva successivamente attraversato vari generi: dal cinema impegnato, al Western politicizzato di Sollima padre, fino ad approdare al genere tanto in voga in quegli anni ’70 nei quali Quinto e Tomas s’incontrarono. Anni costruiti sotto il piombo dei revolver e del terrorismo, all’interno del genere ‘poliziottesco’ che oggi fa scuola anche oltreoceano e che in quegli anni pareva creato solamente per dare libero sfogo a registi di genere e attori americani di passaggio, pronti a incassare un bel po’di presidenti defunti.
Milian aveva già portato in scena numerosi personaggi del cinema di genere, fra tutti è sua l’idea di un personaggio dal nome Rambo, basato sul romanzo ‘First Blood’ dell’autore americano David Morrell, e personaggio che di li a sei anni diventerà noto per l’interpretazione di Sylvester Stallone. Sempre sua la splendida interpretazione di Giulio Sacchi in Milano odia: la polizia non può sparare al fianco di Henry Silva. Come dicevamo Milian finalmente scopre Roma in una nuova veste, accompagnato da Quinto che gli spiega, mostrandoglielo, come ‘mangiare gli spaghetti con grande voracità’ e che lo traghetta alla stregua di un novello Caronte, o di Franco Citti, per citare Pasolini, un altro che Tomas ha conosciuto da vicino e per il quale ha anche recitato. Una volta imparato tutto quel che gli serve Tomas mette mano al suo vasto repertorio appreso all’Actors e decide di andare in scena proprio davanti a Quinto. Davanti a suoi occhi esterrefatti Tomas si trasforma in Sergio Marrazzi, meccanico nato a Tor Marancia, o alla bisogna ristoratore dedito alla truffa. Barba incolta, modi spicci, battute al vetriolo con una spruzzata di turpiloquio sono parte integrante di un personaggio in perenne bilico fra comicità e azione. Il regista Umberto Lenzi, che ancora oggi si prende la paternità di quel personaggio, afferma con certezza come il merito di Milian sia stato quello di donargli quell’aurea di veridicità che lascia a bocca aperta perfino un vero romano come Quinto che per primo non vede più l’amico ma un altro uomo che s’alza parla e si muove esattamente come lui e che è dotato perfino di un eccellente dialetto, se non fosse che la sua parlata è deturpata da una punta di spagnolo. Da questo momento Tomas diventa non più e non solo attore impegnato, o di genere poliziottesco serioso, ma grazie anche al doppiaggio di un altro ‘non-romano’, già perché checché se ne dica, Ferruccio Amendola ha il disonore di essere nato a Torino, diventa nell’iconografia di casa nostra, più Romano di Alberto Sordi. Beh … Magari fino a quel punto, no. E anche quando Nico Giraldi, poliziotto figlio di una prostituta della capitale e non troppo vago epigono di Marrazzi, ne occupa il posto sui grandi schermi, il successo è sempre presente. La gente comune. La gente di periferia, si rivede nell’attore e si fa tutt’uno con lui.
Nel frattempo l’uomo, diventato Italiano anche in termini legali, diviene altrettanto insofferente a tutto questo successo, il cinema impegnato parrebbe reclamarlo e lui desidererebbe una nuova chance anche sugli schermi d’oltreoceano, giudicandosi forse troppo poco valorizzato da un personaggio, da un genere e da un piccolo mercato come quello di casa nostra. Gli anni di depressione, probabile retaggio dell’eredità paterna, trascorrono fra eccessi a base di alcool, donne e ahilui la droga e lentamente lo allontanano sempre più dall’amico Quinto che nel frattempo lo impersonava come controfigura negli inseguimenti e nel ruolo di ladro in un paio di uscite del commissario Giraldi – sfidiamo tutti a notarne la presenza.

Tomas decide sulla metà degli anni ’80 di sparire dai nostri radar. La decisione probabilmente viene presa quando dopo anni a impersonare Sergio Marrazzi, Nico Giraldi o il fratello di Sergio, Vincenzo, meglio noto come ‘il Gobbo’, personaggio ispirato alla figura del ‘Gobbo del Quarticciolo’, viene interrotto nel corso di una ripresa di La Luna, di Bernardo Bertolucci. Tomas è riconosciuto da un ragazzo che transita in motorino e lo chiama ad alta voce con il nome di Sergio, ed è probabilmente in quel momento che decise di tornare oltre oceano.

Ancora oggi Quinto parla di Tomas con fare lieve e con la sua voce arrugginita, dicendo quanto cercasse di mantenerlo lontano dagli eccessi ai quali si abbandonò negli anni. Probabile che quando tutto cambiò nella vita di Tomas, Quinto fosse già distante, magari non fisicamente ma di certo moralmente. Lui uomo semplice davanti al jet set e a loschi figuri, non ci stava a dire molto.

Tornato negli States, ma mai nella sua patria Natale, Tomas ha proseguito a recitare nel cinema più impegnato, ma senza dimenticarsi Tor Marancia che diede il via alle gesta dei suoi personaggi più riusciti, almeno in termini di fama. Ridurne però il ricordo a una manciata di pellicole è forse sbagliato ma di certo non del tutto scorretto. Ancora oggi, anzi ieri, Milian si ricordava dell’Italia con grande affetto, si rammentava di Quinto e di Monnezza, che altri non era che il soprannome dello stesso amico, con altrettanta simpatia. Tutto questo sino a mercoledì, quando un Ictus ha deciso di portarselo definitivamente via.

Hasta la victoria siempre comandante Milian e chissà se avrebbe gradito quest’ultima battuta … già … chissà …

Ciro Andreotti

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