SOCIALMENTE PERICOLOSI

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Scheda film
Regia: Fabio Venditti
Soggetto e sceneggiatura: Fabio Venditti e Mariateresa Venditti,
Valentina Gaddi, Alessandra Di Pietro
Fotografia: Bruno Cascio
Montaggio: Chiara Venditti
Scenografie: Paolo Iudice
Costumi: Paola Bonucci
Musiche: Gian Luca Nigro
Italia, 2016 – Drammatico – Durata: 94′
Cast: Vincio Marchioni, Fortunato Cerlino, Michela Cescon, Blu Yoshimi Cartello, Eleonora Pace Cartello
Uscita: dal 24 gennaio 2017
Distribuzione: Runnong Tv

Amici per la pelle

Avete presente Un boss in salotto? Si proprio la commedia scritta e diretta da Luca Miniero nel 2014, che racconta di un ladruncolo di bassa leva, rimasto implicato in un processo di camorra, che mette a soqquadro la quotidianità della famiglia di sua sorella quando chiede e ottiene dalle Autorità di potere trascorrere con loro gli arresti domiciliari in attesa del giudizio. Come noi probabilmente lo ricorderete bene, anche se visti gli esiti meriterebbe decisamente un’altra sorte. Vi starete chiedendo, giustamente, perché allora abbiamo deciso di riesumarlo vista la volontà di confinarlo in quel luogo chiamato dimenticanza. Eppure un motivo c’è. Leggendo la trama e vedendo gli sviluppi sul grande schermo di Socialmente pericolosi, infatti, per qualche motivo la mente è tornata alla pellicola del regista campano, ma solo per una piccolissima analogia che riguarda una fase del racconto dell’opera prima di Fabio Venditti, presentata alla stampa romana lo scorso 23 gennaio prima di un tour indipendente nelle sale italiane nel corso delle prossime settimane.
In realtà si tratta di un dettaglio, che nel film di Venditti si tramuta, seguendo ben altre traiettorie, in un momento chiave all’interno dell’economia del racconto. Ma andiamo per gradi e facciamo un passo indietro, così da chiarire il perché del suddetto riferimento. In Socialmente pericolosi il boss Mario Spadoni, camorrista condannato all’Ergastolo, in occasione di un reportage dal carcere di Sulmona, conosce il giornalista ed inviato Fabio Valente. La loro confidenza cresce con il tempo e con gli incontri che si susseguono per scrivere un libro sulla terrificante guerra di camorra degli anni Ottanta. Insieme decidono di mettere in piedi un progetto di studio e di lavoro per i ragazzi di strada di Quartieri Spagnoli di Napoli. Un percorso durissimo per il giornalista romano che si immerge in quel mondo con delle regole tutte sue, dove il tipo di relazioni del mondo cosiddetto “normale” sono non soltanto disattese, ma addirittura del tutto sconosciute. Però ottenendo, a volte, dei risultati sorprendenti.
Delineati i caratteri fondanti della vicenda e presentati i suoi personaggi principali, possiamo tornare al riferimento iniziale, ossia al motivo che ci ha spinti a inaugurare la recensione dedicata alla pellicola di Venditti con la citazione di Un boss in salotto. A un certo punto del racconto, a Spadoni viene diagnosticata una patologia gravissima quasi allo stato terminale e il suo nuovo amico si sente in dovere di combattere perché riceva cure adeguate. Quantomeno, per non lasciare che muoia senza averle provate tutte. Si offre di ospitarlo agli arresti domiciliari nella sua casa di Roma, dove vive con la moglie e la figlia quindicenne, provocando inevitabilmente anche turbolenza familiare. Insomma, come avrete potuto capire, l’analogia tra le due opere sta proprio nella convivenza sotto lo stesso tetto di un affiliato alla malavita organizzata e un onesto nucleo familiare. Ci rendiamo perfettamente conto della distanza in termini di spessore drammaturgico e non solo che separa i due film e soprattutto le rispettive storie narrate, ma si sa la mente è solita giocare brutti scherzi e noi abbiamo deciso di assecondarla per avere un punto di partenza al quale appoggiarci per potere imbastire un’analisi critica, più o meno esaustiva, di Socialmente pericolosi. In questo caso, la situazione che accomuna le due pellicole, seppur con dinamiche e registri diametralmente opposte per svariati motivi che andremo qui di seguito ad evidenziare, genera un vero e proprio terremoto nel focolaio domestico di turno. Ma a parte il carattere straordinario dell’evento, è il Dna del progetto audiovisivo a distanziarne gli esiti, allontanandoli come “corpi” alla deriva. È chiaro che la nostra preferenza, nonostante qualche riserva legata alle debolezze strutturali e tecniche emerse durante la visione, vada all’esordio dietro la macchina da presa del giornalista capitolino.
Ci troviamo al cospetto di un’opera sentita, sincera, coraggiosa e fatta con il cuore, nata da una necessità personale e non da velleità economiche. Ed è un’anima questa che ci piace mettere in evidenza. Lo dice in primis il carattere indipendente del progetto, tanto nella produzione quanto nel modus operandi che gli ha permesso di prendere forma e sostanza sulla carta prima e sullo schermo poi. “È un film nato dalla strada, che si è scritto da solo”, come ha ribadito più volte il regista nel corso della conferenza stampa. Tale necessità viene dal bisogno di tramutare in immagini e parole un’esperienza di vita vissuta sulla propria pelle, che poi è quella del regista stesso. Quest’ultimo, avrebbe potuto, magari con meno difficoltà, ricavarne un documentario autobiografico, ma ha preferito, per quanto ci riguarda giustamente, affidare a un lungometraggio di fiction il racconto di questa storia vera, che a tratti ha un non so che di incredibile. Questo, dunque, non è il frutto dell’immaginazione dello sceneggiatore di turno, come nel caso di Un boss in salotto, ma il resoconto romanzato di quanto accaduto al regista. Del resto, la realtà è spesso più potente dell’immaginazione e questa storia ce lo dimostra ancora una volta. La forza intrinseca della vicenda narrata e le emozioni ad essa legate sono andate ad alimentare le pagine dello script e la sua trasposizione. Il tutto si presta a una ricostruzione con attori, ciononostante la verità non ha mai abbandonato i dialoghi e la trasposizione degli accadimenti. È lo stesso Venditti, la sua presenza e partecipazione a quegli eventi, a fare in modo che il flusso non venga mai interrotto, che non si spezzi a causa delle sirene tentatrici della finzione e dell’artificio.
Certo, come già accennato, i problemi non mancano e dipendono in gran parte dall’inesperienza registica di Venditti, che qui deve confrontarsi con una macchina, quella del cinema, che è ben diversa da quella con la quale si è confrontato in passato nel corso della sua carriera di giornalista. Le insicurezze e le imprecisioni tecniche, non consentono alla confezione di supportore sempre e comunque la scrittura, anch’essa non priva di passaggi a vuoto, di ridondanze e di snodi narrativi macchinosi. In tal senso, la commistione di linguaggi (le scene di fiction con i brani estrapolati dai documentari realizzati in giro per l’Italia dai ragazzi dei Quartieri Spagnoli) non sempre funziona e la fluidità della fruizione, infatti, ne risente. A colmare in parte quelle mancanze ci pensano, invece, i due interpreti, ossia Fortunato Cerlino e Vinicio Marchioni, rispettivamente nei panni di Spadoni e Valente. I loro duetti, l’intensità e la verità che li caratterizza, tengono a galla il film, tanto che quando vengono meno, la mancanza si fa sentire tremendamente, provocando un’evidente flessione. È chiaro, dunque, che il destino e la riuscita di Socialmente pericolosi sono strettamente legati alle loro performance. Sono il valore aggiunto, senza il quale il film di Venditti sarebbe rimasto schiacciato sotto il peso di una storia difficile da raccontare, soprattutto per il carico di temi universali (l’amicizia, l’amore, la fiducia, il rispetto, la redenzione e il riscatto) e anche di sottotracce intime che si porta dietro lungo la timeline. Il carico in questione è molto pesante e, infatti, la scrittura non riesce sempre a sviluppare e a supportare a dovere la tanta carne messa al fuoco (il rapporto tra il personaggio di Valente e di sua moglie, ma soprattutto la questione dei suicidi nel carcere di Sulmona alla quale si fa riferimento all’inizio del film), ma quando ciò avviene i risultati si vedono e l’opera mostra il suo lato migliore.

RARO perché… è un film d’impegno sociale non troppo riuscito.

Note: il film gode di una distribuzione molto particolare che lo vedrà in tournée in varie città d’Italia.

Voto: 6 e ½

Francesco Del Grosso

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