PERCHÉ CINEMARARO?

Perché una rubrica come CINEMARARO? Non è certo un’idea nuova occuparsi di cinema che non riceve adeguata distribuzione nel nostro paese ed ogni tanto qualche nota rivista, per far fronte al calo di vendite delle proprie pagine stampate più o meno patinate, lancia una neonata sezione in cui occuparsi di quei film poco curati dai circuiti distributivi.

CINEMARARO nasce alla fine del 2009 da una passione coltivata durante un’esperienza pluriennale su un altro sito specializzato e vuole dare spazio (e quindi visione) a quei lungometraggi e mediometraggi che, belli o brutti che siano, sono riusciti ad arrivare in sala, ma rischiano di venire ignorati dal pubblico.

Le sale cinematografiche in Italia sono poco meno di 4000 ed un uscita in grande stile viaggia sulle 4-500 copie. Va da sé che, calcolando l’1% delle sale totali o il 10% di un debutto di un film mainstream, una pellicola che esce per almeno una settimana circa in un numero di copie al di sotto delle 40, può entrare a far parte del regno del CINEMARARO.

Certo, se parlaste con gli autori di opere che escono in qualche copia, spessissimo italiani, questi vi racconterebbero che venderebbero volentieri la madre per sfiorare anche solo lontanamente la quarantina, ma un criterio dovevamo pur adottarlo.

Chi si occupa di CINEMARARO non è un matto, un misantropo, un menagramo, né un martire, un masochista, un drogato, né tanto meno un benefattore, né ancora uno snob. Chi ha deciso di occuparsi di questi film è un vero e proprio cacciatore. Anzi, un predatore. Disposto a recuperare CON OGNI MEZZO le pellicole che gli interessano, dove non arrivano gli uffici stampa egli infatti non esita in ultima battuta ad andare in sala o a sperticarsi in ripetute mail a promotori, distributori, produttori, registi o anche attori delle pellicole in questione. Tutto ciò il più delle volte incontrando successo e collaborazione, malgrado abbia anche ricevuto rifiuti con le motivazioni più disparate ed improbabili.

Incredibile, ma vero, il calderone di CINEMARARO è un guazzabuglio variopinto  e stupefacente, tanto ricco di autori ed attori da destare spesso sorpresa e successivo rammarico. Lynch, Herzog, Eastwood, Sokurov, De Heer, Chabrol, i Dardenne, Gilliam, Stone, Mamet, Demme, Rohmer, Rivette, Verhoeven, Jordan, Minghella, Linklater, Branagh, Loach, Romero e i Taviani, tanto per fare dei nomi, sono stati recentemente relegati a distribuzioni ridicole. Will Ferrell (che negli ultimi anni ha ereditato da Chevy Chase il ruolo di comico famoso in patria, ma ignorato da noi, malgrado l’insistenza dei distributori), Thomas C. Reilly, Ben Affleck, Dwayne “The Rock” Johnson si candidano involontariamente a principi di CINEMARARO. Sul versante italiano troviamo molti dei vecchi maestri quali Olmi, Citti, Lizzani, Del Monte, Scola o piccoli eroi come l’inossidabile ed infaticabile (quanto discutibile) Stefano Calvagna o l’italo-finlandese Anne Riita Ciccone o quel genietto di Angelo Orlando.

Alcune case di distribuzione, come la Pablo (ora rinata come “Pablo Bunker Lab”) di Gianluca Arcopinto e la Sharada di Andrea De Liberato, sembravano essersi specializzate proprio nel disperato recupero di queste pellicole, per poi fallire inesorabilmente.

Attualmente – a parte gli “scarti” delle grosse majors – AB Film Distributors, L’Altrofilm di Louis Nero, Archibald Enterprise Film, BIM, Blue Film, Bolero Film, Delta Pictures, Elite Group International, Emme Cinematografica, la Fandango di Procacci, la Lucky Red di Occhipinti, Mediafilm, Mediaplex, Microcinema, Moviemax, Movimento Film, Officine Ubu, One Movie Entertainment, Poker Entertainment di Stefano Calvagna (che si è occupata finora di distribuire esclusivamente i suoi film), Ripley’s Film, la Sacher di Moretti, la Teodora di Vieri Razzini, Videa CDE, 01 Distribution e il mitico Istituto Luce, rinato da qualche anno come Cinecittà Luce (cui qualcuno in passato proponeva ironicamente di affidare la distribuzione della droga per stroncarne il traffico, vista la parsimonia dimostrata nella distribuzione), tra gli altri, sembrano ostinarsi, anche se non sempre esclusivamente, nella diffusione di questi ”poveri” film, sia italiani che stranieri. Tra il 2005 e il 2008 sono apparse con pellicole di qualità, senza dare segni di vita nell’anno successivo, anche Iguana Film (Lower city), Ladyfilm (Rosso come il cielo) e R.V.EN (Odgrobadogroba), che però si è riaffacciata tra il 2010 ed il 2011 con il cartone animato Mià e il Migù. Infine nel 2008 la DNC, che negli anni precedenti aveva fatto uscire film come Lars e una ragazza tutta sua, The king e Angeli ribelli, è assata quasi esclusivamente all’home video, mentre la Mikado alla fine del 2010 ha chiuso i battenti, pur con qualche film ancora in listino come Balada triste de trompeta di Alex De La Iglesia.

Molte sono le fenomenologie del CINEMARARO…

A volte i film in questione hanno lunga tenuta, restando in poche sale addirittura per mesi, incassando anche più di altri che, uscendo in un numero molto maggiore, già la settimana dopo vedono ridursi drasticamente, per mancanza di spettatori, il numero degli schermi su cui sono presenti. Da qui nascono piccoli casi, come quello di Crash di Paul Haggis che nel 2006 ebbe un debutto in sordina per poi essere ridistribuito nei primi mesi dell’anno successivo, all’indomani della vittoria degli Oscar, in maniera più consistente.

Emblemi di una realtà e di una società uniche nel loro genere come quella nostrana, sono i film italiani, che purtroppo la fanno da padrone nel panorama del CINEMARARO. Tra questi negli ultimi anni sono emersi dei piccoli capolavori come L’aria salata, Apnea e La velocità della luce o fenomeni di incasso (sempre relativo) quali Cover boy, Il rabdomante e Il vento fa il suo giro o ancora il recente exploit di Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio, spiazzante per qualità ed introiti, pur lanciato in meno di 40 copie, per poi presto superare le cento e restare programmato da settembre ad agosto dell’anno successivo. A volte sono degnati di una comparsata in un’unica sala per una settimana, dopo anni dalla loro realizzazione, per poter finalmente uscire il tanto agognato contributo statale, di cui non raramente hanno usufruito, come fu per Hermano di Giovanni Robbiano, sulle cui traversie distributive il regista aveva intenzione di girare un documentario di denuncia.

C’è poi l’”autodistribuzione”, iniziativa autarchica e prettamente italiana, attuata quando i realizzatori della pellicola si rimboccano le maniche ed affittano direttamente la sala in cui debuttare. Esempi sono stati Solitudo, Una notte, Cara ti amo, i documentari Improvvisamente l’inverno scorso e Come un uomo sulla terra ed infine Tre lire, primo giorno, quest’ultimo con discreto, benché relativo, successo di pubblico.

Accanto a questa si inserisce una forma di distribuzione che potremmo definire “itinerante” o, per meglio dire, ITINERARA, la quale ha riguardato ad esempio pellicole come Morire di lavoro del celebre documentarista indipendente Daniele Segre, Voglio la luna di Roberto Conte e Roberto Palmieri, sorta di mega-spot per il tour operator Hotelplan, Due volte genitori di Claudio Cipelletti o Un paese diverso di Silvio Soldini e Giorgio Garini, prodotto dalla Coop. Questa maniera di diffusione, anch’essa all’insegna dell’autarchia e dell’italica “arte di arrangiarsi”, vede il film girare di giorno in giorno, di città in città, quasi come facevano una volta i tenaci proiezionisti ambulanti mostrati nel recente Di me cosa ne sai di Valerio Jalongo, raccogliendo anche in questo modo numerosi spettatori. Sono opere che ufficialmente neanche risultano uscite, non avendo “tenuto” per la classica e minima settimana in sala.

Nel 2008 e nel 2010 addirittura la Regione Lazio, con il progetto “Prime Visioni”, si è impegnata a distribuire quattro film interessanti (La rieducazione, Ossidiana, Storie d’armi e di piccoli eroi, In carne e ossa) che non erano riusciti a raggiungere gli schermi, selezionando alcune sale sul territorio che, per un breve periodo, a mo’ di rassegna, li hanno proiettati.

C’è quindi il non trascurabile campo del Cinema d’essai, “dal francese, letteralmente ‘cinema di prova’ o ‘di sperimentazione’, noto anche come cinema d’autore”, cioè quelle “pellicole destinate ad un pubblico non di massa, (…) quella cinematografia rivolta a chi delle opere cinematografiche privilegia aspetti che vanno oltre il mero intrattenimento, come, ad esempio, il valore artistico, formale, di sperimentazione sul linguaggio cinematografico, oppure di impegno sociale” (da “www.wikipedia.it”).

C’è poi il settore, in constante crescita, dei documentari, soprattutto nazionali. Se non ci si chiama Michael Moore o si trattano temi scottanti (vedi più avanti) o ancora non si ha dietro la Disney, pur avendo ottenuto un risultato qualitativo anche elevato, come è stato con l’esemplare Deep water di Louise Osmond e Jerry Rothwell, è difficile raggiungere un consistente numero di sale.

Altra branca è quella delle cosiddette “uscite tecniche”, che prettamente nel periodo estivo sembra “affliggere” grosse majors come la Disney e la 20th Century Fox o anche distribuzioni più piccole come la Videa CDE, ossia quei film, già destinati a mercati alternativi come la TV o l’home video, che passano in sala per appena una settimana, solo per poter dire di averlo fatto e adempiere a chissà quali clausole contrattuali.

Per concludere, citiamo due fenomeni peculiari: il circuito Microcinema e la neonata Distribuzione Indipendente.

Il primo, fondato e presieduto dal regista Andrea Papini, vanta attualmente circa 200 sale e, oltre alla distribuzione autonoma di diversi film RARI, porta nelle sale, attraverso tecnologia digitale via satellite, perciò estremamente economica, pellicole mainstream ed intrattenimento musicale, dall’opera ai concerti rock.

La seconda mischia il fenomeno degli ITINERARI, del Cinema D’Essai, dell’autodistribuzione e della monosala: questa nuova etichetta, ideata da Giovanni Costantino, Alessandra Sciamanna e Daniele Silipo, ha messo insieme una piccola rete di cineclub, cinecircoli, cinema d’essai ed associazioni culturali al cui interno fa uscire i film a macchia di leopardo, a botte di 3-4 sale al dì per qualche giorno, partendo dal classico venerdì delle uscite canoniche.

Paolo Dallimonti