Scheda film
Titolo originale: The Odyssey
Regia e Sceneggiatura: Christopher Nolan
Soggetto: da Odissea di Omero
Fotografia: Hoyte van Hoytema
Montaggio: Jennifer Lame
Scenografie: Ruth De Jong
Costumi: Ellen Mirojnick
Musiche: Ludwig Göransson
USA, 2026 – Epico/Drammatico/Avventura – Durata: 178′
Cast: Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Zendaya, Charlize Theron, Lupita Nyong’o, Robert Pattinson
Uscita in sala: 16 luglio 2026
Distribuzione: Universal Pictures
L’inganno degli dèi senza dèi
Esistono autori che inseguono il proprio tempo e autori che tentano di anticiparlo. Christopher Nolan appartiene da anni alla seconda categoria, quella rarissima in cui il cinema popolare smette di essere soltanto spettacolo per trasformarsi in una gigantesca macchina divulgativa. Da 2001: Odissea nello spazio (1968) di Stanley Kubrick in poi, pochi registi hanno avuto l’ambizione di prendere concetti apparentemente inaccessibili e restituirli al grande pubblico senza svilirli. Nolan ci aveva provato, riuscendoci quasi sempre, con il sogno in Inception (2010), con lo spazio (e l’astrofisica) in Interstellar (2014), il tempo in Tenet (2020), con la responsabilità scientifica in Oppenheimer (2023). Ora la sfida è ancora più vertiginosa: prendere il testo fondativo dell’Occidente e convincerci che Omero possa parlare delle guerre del XXI secolo meglio di qualsiasi media.
Naturalmente le critiche sono arrivate molto prima del film. Succede sempre quando qualcuno osa mettere le mani sui classici, come se questi fossero reliquie da venerare, invece che opere nate per essere raccontate ancora e ancora, ogni volta in maniera diversa. D’altronde anche Apocalypse Now (1979) tradiva Conrad, eppure nessuno oggi si sognerebbe di considerarlo un sacrilegio.
L’intuizione più felice di Nolan consiste nello svuotare progressivamente il mito. Il suo Odisseo — un Matt Damon strepitosamente logorato, ben lontano dall’eroismo granitico di certa epica hollywoodiana — non combatte tanto contro mostri o divinità, quanto contro la propria memoria. Il film si apre con frammenti del finale, sulle rive dell’isola di Calipso, dove il loto ha cancellato il passato dell’eroe. È un inizio spiazzante, perfettamente nolaniano, che trasforma l’Odissea in una lunga indagine mentale. Più che un viaggio lungo il Mediterraneo, è un viaggio dentro una coscienza devastata.
Da quel momento il racconto si ricompone come un mosaico: Troia, Polifemo, Circe, i Lestrigoni, le Sirene, Scilla e Cariddi, l’Ade, fino all’ossessione per Poseidone e al definitivo ritorno verso Itaca, passando da Pilo e Sparta. Ma ogni episodio perde progressivamente la propria dimensione soprannaturale. Gli dèi non ci sono più. O, meglio, esistono soltanto nella mente di un uomo che ha bisogno di attribuire le proprie colpe a una volontà superiore. Atena appare come un conforto psicologico, Poseidone come la personificazione del rimorso. Il vero nemico è l’inganno.
Ed è qui che Nolan compie la sua operazione più radicale. L’eroe per antonomasia diventa il primo responsabile della tragedia. La caduta di Troia non nasce dalla forza, ma dalla menzogna. Odisseo ha infranto una legge più antica di Zeus stesso: la fiducia tra gli uomini. Il cavallo, bellissimo, non è il simbolo del genio militare, bensì del peccato originale della politica. In tempi in cui le guerre si combattono anche attraverso propaganda, manipolazione e disinformazione, il regista trova nell’antichità un’allegoria sorprendentemente contemporanea.
Persino l’introduzione di Sinone (un ambiguissimo Elliot Page, figura assente nell’opera omerica, presa in prestito dall'”Eneide” di Virgilio, ma qui decisiva) serve a ribadire il concetto. Le numerose licenze poetiche non cercano mai la provocazione sterile: ricordano invece che i classici sopravvivono proprio perché possono essere reinterpretati.
Curioso, poi, osservare come buona parte del cast abbia transitato per il cinema supereroistico: Damon (comparsa irresistibilmente autoironica in Thor: Ragnarok del 2017), Tom Holland e Zendaya (rispettivamente l’ultimo Spider-Man dell’universo Marvel e relativa fidanzata), Robert Pattinson (l’ultimo Batman cinematografico), Anne Hathaway (Selina/Catwoman sempre per Nolan, ne Il cavaliere oscuro – Il ritorno), Jon Bernthal (il marveliano Frank Castle/The Punisher). Nolan sembra divertirsi a prendere volti ormai associati al fumetto per restituirli ad un immaginario ancora più antico, quasi a ricordare che gli eroi in costume non sono altro che lontanissimi discendenti degli eroi omerici.
Tecnicamente siamo davanti all’ennesima dimostrazione di forza. Hoyte van Hoytema trasforma il mare in una materia metafisica, Ludwig Göransson accompagna il viaggio con una partitura che evita ogni pomposità wagneriana e Jennifer Lame orchestra quasi tre ore di racconto senza che il meccanismo perda tensione. Certo, Nolan continua a essere prigioniero della propria ossessione per la costruzione architettonica e in qualche passaggio sacrifica l’emozione alla geometria narrativa, ma è un difetto che appartiene ormai al suo personaggio quanto la barba appartiene ormai a Francis Ford Coppola.
Amante degli effetti analogici più che di quelli digitali, sebbene questi ultimi siano sempre indispensabili alla traduzione in immagini delle sue personalissime visioni, il regista, con la scena di Circe, in compagnia sull’isola di soli animali dal passato umano, ci regala uno dei momenti più efficaci del film: la maga, dopo averli sfamati, plasma i compagni di Odisseo, come fossero corpi di cera, con le sole mani, tramutandoli così in maiali.
Più che raccontare l’Odissea, Nolan la interroga. E ci ricorda che i mostri peggiori non abitano le isole lontane, ma la coscienza di chi torna dalla guerra credendo di aver vinto.
Voto: 10
Paolo Dallimonti



