Scheda film
Regia e Soggetto: Steven Spielberg
Sceneggiatura: David Koepp
Fotografia: Janusz Kamiński
Montaggio: Sarah Broshar
Scenografie: Adam Stockhausen
Costumi: Paul Tazewell
Musiche: John Williams
USA, 2026 – Fantascienza/Thriller – Durata: 145′
Cast: Emily Blunt, Josh O’Connor, Colin Firth, Eve Hewson, Colman Domingo, Wyatt Russell, Henry Lloyd-Hughes
Uscita in sala: 10 giugno 2026
Distribuzione: Universal Pictures
Non ce lo dicono
Il diametro della sfera dell’universo osservabile secondo gli astronomi sarebbe pari a 93 miliardi di anni luce. Queste dimensioni potrebbero contenere circa 7×10^22 stelle, organizzate in circa 2×10^12 galassie (in realtà duemila miliardi, secondo una stima effettuata nel 2016). Posto che, dopo cinquant’anni di esplorazione del Sistema solare, siamo gli unici esseri viventi “intelligenti” intorno al Sole (anche se alcuni satelliti potrebbero rivelare qualche sorpresa riguardo forme di vita più semplici), è altamente improbabile che possiamo essere soli in uno Spazio così grande. Molti fisici, da Drake a Fermi si sono espressi in favore o contro la possibilità di forme di vita extra-terrestri. Stephen Hawkings riteneva che l’umanità avrebbe dovruto evitare a tutti i costi di cercare di contattarle: a causa delle immense dimensioni dell’universo, considerava matematicamente certo che forme di vita esistessero, ma temeva che civiltà avanzate potessero depredare la Terra per le sue risorse, un po’ come gli Spagnoli fecero con le civiltà pre-colombiane in Sudamerica. Ma, se fossero forme di vita superiori, perché dovrebbero avere gli stessi istinti di noi umani?
C’è un regista che, in circa sessant’anni di esplorazione dell’universo cinematografico, ha più volte raccontato gli alieni. Buoni in Incontri ravvicinati del terzo tipo nel 1977, in E.T. nel 1982, in A.I. – Intelligenza artificiale (2001) e nella serie-TV da lui prodotta, Taken (2002), vera summa del fenomeno ufologico; cattivi nel suo primissimo film, Firelight (1964), quand’era ancora diciassettenne, e ne La guerra dei mondi (2005). Anche se chi scrive ritiene che in ogni sua pellicola, da Duel all’autobiografico The Fabelmans, sia identificabile un (antagonista) alieno. Ma questa è un’altra storia.
A pochi mesi dal compiere ottant’anni, quel regista, Steven Spielberg, realizza il suo film “definitivo” sugli alieni: Disclosure day, il giorno della rivelazione.
Mentre il mondo è sull’orlo della Terza Guerra Mondiale, Daniel Kellner (Josh O’Connor), una sorta di Edward Snowden, ha trafugato una quantità impressionante di materiale dalla segretissima compagnia WARDEX, per la quale lavorava, che comproverebbe l’esistenza di vita extra-terrestre giunta sul nostro pianeta, biecamente sfruttata a mero scopo economico. A dargli la caccia è il sinistro Noah Scanlon (Colin Firth), capo della compagnia. Nel frattempo Margaret Fairchild (Emily Blunt), che legge il meteo in TV a Kansas City, dopo la comparsa in casa sua di un singolar euccellino, inizia ad entrare nella testa delle persone e a parlare lingue mai conosciute prima, fino ad uscirsene in diretta televisiva con un idioma non di questa terra. Daniel e Margaret, anche se non lo sanno e sembrano non conoscersi, hanno un segreto sepolto che li unisce…
In un contesto storico mondiale reale estremamente precario, con almeno cinque guerre in corso, in attesa che il tutto si trasformi in un conflitto globale, Steven Spielberg gira una specie di testamento artistico e umano, che suona come un appello disperato. Tutto è simbolico e richiama altro cinema, dal nome di Scanlon (Noah), che traghetterà, con la sua resa finale, il mondo, salvo, verso una nuova era, alla WARDEX, che rappresenta tutta la cupidigia e la cattiveria umana, opposta all’atteggiamento “zen” degli alieni; dal cognome di Margaret, che è lo stesso della protagonista di Sabrina, interpretata da Audrey Hepburn, alla caserma dei pompieri come base/nascondiglio che non può non ricordare quella di Ghostbusters, fino all’inseguimento sul treno, scena magistrale che auto-omaggia Indiana Jones (e l’ultima crociata).
Anche se in alcune situazioni l’anima thriller della pellicola richiede la sospensione dell’incredulità, per qualche svolta troppo semplice – peccati venialissimi! – il film procede teso e spedito, permettendosi anche di non spiegare l’artefatto alieno, vero e proprio Mac-Guffin che compare più volte, ma del quale si comprende chiaramente la funzione, così come si intuisce che quel che ci viene mostrato sia in realtà solo una piccolissima parte delle sue reali potenzialità.
Fino all’ultima mezz’ora, in cui, tra Walt Disney e i fratelli Grimm, il film riesce a commuoverci in maniera irresistibile, gettando ogni maschera e mostrandoci, in un cortocircuito metacinematografico, ottant’anni di (presunti) filmati alieni, nei quali i corpi degli esseri extraterrestri non possono non ricordarci le innumerevoli vittime (umane) della spietata follia dell’uomo. Mentre una speaker televisiva, lasciate da parte le notizie sull’imminente fine del mondo, afferma, attonita: “Non siamo soli”.
Come la migliore fantascienza, Disclosure day guarda verso lo spazio, ma neanche troppo, per raccontare meglio di ogni altro mezzo l’essere umano.
Steven Spielberg così dimostra di non aver perso la sua vena creativa, regalandoci uno dei suoi film migliori.
Voto: 8
Paolo Dallimonti


