Tutto cominciò con una scommessa. Era il 1999, e l’idea di portare il cinema popolare asiatico nel cuore del Friuli sembrava, a molti, un’avventura improbabile. Udine era piccola, il mondo era grande, e l’Asia sembrava lontanissima…
Ventotto edizioni dopo, quella scommessa è diventata una certezza. Il Far East Film Festival è oggi uno degli appuntamenti cinematografici più attesi d’Europa: un luogo dove il cinema non è solo spettacolo, ma incontro, scoperta, conversazione.
Il Far East Film Festival 28 porta avanti questa tradizione con la forza di chi non ha smesso di credere nel potere delle immagini. La nuova immagine ufficiale, firmata dal pluripremiato illustratore americano Andy Rementer (con l’art director Margherita Urbani) e animata dal motion designer Ernesto Zanotti, è un manifesto visivo di questa filosofia: una galleria di facce diverse, luminose, curiose, che si guardano e si riconoscono. Le facce dei fareastiani. Le facce di chi crede ancora che sedersi insieme al buio, davanti a uno schermo, sia uno degli atti più umani che esistano.

75 titoli, 52 in concorso e 23 fuori concorso, provenienti da 12 nazioni: 8 world premiere, 18 anteprime internazionali, 21 anteprime europee e 20 anteprime italiane. Nove giorni di proiezioni dalla mattina alla sera, di incontri, di dive e divi sul red carpet, e in parallelo oltre un centinaio di eventi disseminati nel cuore di Udine — laboratori, mercatini, cosplay — per trasformare ancora una volta la città nel maggior epicentro asiatico d’Europa.

Filipiñana (Rafael Manuel). I campi da golf sono parte degli ultimi spazi verdi della metropoli di Manila: alcuni occupano circa un milione di metri quadrati, una superficie che potrebbe ospitare molte abitazioni o complessi residenziali (circa 20.000 unità di edilizia popolare solo in quell’area). Sono luoghi dove le persone al potere conversano, socializzano e talvolta prendono decisioni di rilevanza nazionale, conferendo a questi luoghi una sacralità che contrasta con la loro apparente anomalia all’interno dei terreni che occupano. In questo scenario si muovono delle inservienti, le cosiddette “tee girls” di classe sociale bassissima, che oscillano tra il recupero e il lancio di palline, insensati balletti e il rischio di morire per futili motivi. Una di loro, Isabel, si aggira in tale contesto come una sinistra Alice nel paese delle meraviglie… Versione estesa dell’omonimo cortometraggio d’esordio del regista, datato 2020, il debutto nel lungometraggio di finzione di Rafael Manuel è un potentissimo film d’autore che, attraverso metafore e simboli (su tutti, la mazza da golf portata in giro da Isabel, che vorrebbe restituirla al “presidente”) racconta spietatamente le Filippine attuali. Alcune agghiaccianti e grottesche (nonché ironiche) sequenze, come la parentesi “quasi-musical” della danza sul brano “Re-elect dottor Palanca”, si alternano ad altre più criptiche o volutamente di significato sibillino, la cui comprensione è lasciata alla fantasia dello spettatore. Un racconto allegorico, dai tempi lenti, ma sostenibili e necessari per far sedimentare le assurdità mostrate sullo schermo. Come recita il titolo stesso, che potrebbe anche alludere all’abito tradizionale nazionale, il risultato è una sorta di compendio o saggio, con una fotografia che privilegia i colori caldi (e attenua quelli freddi) proprio per esaltare i contrasti. Un’opera mastodontica e imperdibile, che speriamo di vedere distribuita prossimamente anche qui da noi. Anti-nazionalista. In competition. Voto: 8 e ½

All greens (Koyama Takashi). Tre studentesse più o meno ribelli organizzano nel laboratorio di giardinaggio una coltivazione di maijuana con relativo commercio. Ad ognuna manca qualcosa: ad una un dito, perso durante un’esercitazione scolastica; ad un’altra una famiglia; all’altra ancora la voglia di fare. Inutile dire che quest’esperienza le cambierà per sempre… Dal regista di un paio di serie televisive e di un altro lungometraggio, un brioso e divertentissimo teen dramedy, pieno di citazioni cinematografiche, da Fight club Forrest Gump, da Milk a Bastardi senza gloria, tanto per citarne alcune. Uno sguardo diverso sulla gioventù contemporanea nipponica, ma che ambisce ad un significato universale. Un piccolo grande film diretto ed interpretato magistralmente che si candida a diventare un cult-movie per questa generazione e per quelle a venire. E con un finale imperdibile! Ribelle. In competition. Voto: 8

Bakudan/Suzuki=Bìkudan (Nagai Akira). Tratto da un romanzo bestseller di Go Katsuhiro, il film ha la consueta impostazione di un thriller: a Tokyo sono state piazzate delle bombe che esplodono una dopo l’altra mentre il panico si diffonde e la polizia si affanna per trovare i responsabili. Suzuki Tasogaru (Sato Jiro), un senzatetto dalla carnagione scura, rrestato con l’accusa di aggressione, dice agli investigatori di avere un sesto senso per il crimine, sostenendo che sia proprio questa sua capacità a dirgli che una bomba esploderà nel quartiere di Akihabara alle 22. Gli agenti lo deridono, ma Suzuki ha ragione: l’ordigno esplode davvero, seminando il caos. La prossima esplosione, annuncia l’uomo, avverrà nello stadio coperto Tokyo Dome. Stavolta però la polizia decide di andare più a fondo, mentre le bombe continuano a esplodere… Solido e tesissimo thriller giapponese, molto divertente e coinvolgente, di gran classe, non scevro però dalle solite implicazioni morali e nevrotiche che contraddistinguono le pellicole del Sol Levante. Il film di Nagai Akira si lascia guardare dall’inizio alla fine, facendo trattenere il fiato allo spettatore e lasciando puire un piccolo spiraglio aperto per un possibile, eventuale sequel. Adrenalinico. In competition. Voto: 7 e ½

Byosoku 5 senchimetoru/5 centimeters per second (Yoshiyuki Okayama). Tratto dall’anime omonimo di Shinkai Makoto, girato nel 2007, il film live action raddoppia la durata e cerca di approfondire il rapporto tra i due protagonisti, Akari e Takaki, i quali si conoscono da bambini e si incrociano in altre fasi temporali senza mai più incontrarsi, restando separati sia a livello spaziale che temporale. Il riferimento del titolo alla velocità con cui i petali dei fiori di ciliegio dovrebbero cadere a terra, peraltro onnipresenti sullo schermo, sottolinea la relatività della loro stessa storia. Sospesi nel nostro misterioso universo, paragonati anche alle sonde Voyager lanciate nel 1977 (e destinate a non incontrarsi mai, oltre a non far più ritorno sulla terra), sotto la minaccia di un meteorite, avvistato nel 1991 e che sarebbe dovuto impattare contro la terra nel 2009, i due protagonisti si sfiorano continuamente, restando appesi l’uno all’altro, pur nell’autonomia delle proprie vite. La fotografia tenue e slavata, che rende i fondali come dipinti, regala un’aura poetico all’intera pellicola, omaggiando anche l’anime originale. Una commedia romantica delicata e suggestiva, destinata a scaldare ogni cuore. “L’amor che move il sole e l’altre stelle”. In competition. Voto: 7 e ½

Segyeui Ju-in/The world of love (Yoon Ga-eun). L’esuberante liceale Jooin è benvoluta dai compagni ed è brava a scuola, eccelle nel taekwondo ed è amata dagli insegnanti. Ha un gruppo affiatato di amici e un nuovo ragazzo e, in famiglia, scambia allegramente battute con la madre e con il fratellino, e nei fine settimana visita un tempio buddhista con la nonna. Nel tempo libero fa anche parte di un gruppo di volontariato. Ma la petizione lanciata dal suo compagno Su-Ho, per fermare un autore di reati sessuali che sta per essere rilasciato dalla prigione e fare ritorno a casa, scatena in lei una rabbia che culmina in un acceso scontro col suo compagno. Che cosa c’è nell’apparentemente perfetta vita di Jooin che in realtà non va?… Interessante film coreano, diretto da una regista, che affronta una tematica molto importante, ma da un’angolazione nuova e diversa e trasversale: il punto di vista delle nuove generazioni si incrocia con quello delle precedenti, in un risultato unico. Il terzo capitolo di una ideale trilogia, dopo The world of us e The house of us. Una pellicola che più si apprezza, meno informazioni si hanno prima della visione. Un gioiellino. In competition. Voto: 7 e ½

Daikaijû Gamera/Gamera: The giant monster (Yuasa Noriaki). Nato per sfruttare il successo dell’analogo Godzilla e de Gli uccelli di Hitchcock in Giappone, oltre sessant’anni fa, sotto l’egida del presidente della Daiei, il potente produttore Nagata Masaichi, vede la luce Gamera, gigante più buono del suo rivale e più a misura di bambino (tant’è che ne salva uno nel corso del racconto). La trama e le dinamiche sono sempre più o meno le stesse: un ordigno nucleare accidentalmente risveglia il mostro sopito, che inizia a seminare distruzione. Nonostante la Guerra Fredda imperante, Stati Uniti e Giappone riescono ad accordarsi per neutralizzare il mostro e lanciarlo nello spazio. Il film, alla visione odierna, fa estrema tenerezza, per l’ingenuità degli effetti speciali, ancor più economici di quelli di Godzilla, ma ebbe un così grande successo che ancor oggi non ci si può passare sopra. Nostalgico. Restored classics/Out of competition. Voto: 7

Dopamine (Teddy Soeriaatmadja). Il più classico dei plot: una giovane coppia in bolletta, uno sconosciuto che impatta casualmente sul loro cammino e che muore in circostanze a dir poco imbarazzanti in casa loro lasciando una valigia piena di soldi; soldi poco puliti che qualcuno prima o poi verrà a ricercare. Su questa storia il regista indonesiano gira un action molto divertente che non si vergogna di scopiazzare i canoni occidentali, compreso il titolo, Dopamine, che scimmiotta altri più… “adrenalinici”.. Ma il ritmo è elevatissimo e, anche se la vicenda segue binari visti e rivisti, senza inventarsi nulla di nuovo, lo spettacolo è assicurato. Così com’è assicurato il lieto fine, anche se moralmente nessuno si salva, anche perché la miseria è una gran brutta bestia. Dopaminico. In competition. Voto: 7

 

Koi ni Itaru Yamai/The sickness unto love (Hiroki Ryuichi). Un timido studente, nuovo nella scuola, si innamora della ragazza più popolare della classe. E fin qui potremmo essere davanti al classico “seishun eiga” (film adolescenziale giapponese). Ma c’è qualcos’altro oltre alla timidezza e alla popolarità. Qualcosa che ha a che fare con un inquietante gioco online, “Blue Morpho”, i cui protagonisti si tolgono la vita. E mentre i morti si susseguono nella scuola e una poliziotta cerca di far luce su quanto sta accadendo, il rapporto tra i due ragazzi sta prendendo una strana piega… Film curioso, ma essenzialmente troppo melodrammatico per risultare credibile

Number one

The old man and his car

In the wink of an eye

Macho dancer

Dal nostro inviato Paolo Dallimonti.