Attesissimo al lido a Venezia, alternando dramma sociale e racconto horror, La valle dei sorrisi è un film ingannevole e inquietante . In apparenza, sembrerebbe perfetto per un remake hollywoodiano che lo inquadrerebbe più chiaramente nel genere, ma non è proprio così. Se si eliminasse ciò che lo fa vibrare nel suo nucleo, non resterebbe altro che una vuota sfilata di spaventi improvvisi e scene sinistre. Nelle mani di Paolo Strippoli, tuttavia, diventa qualcosa di ben più sostanziale.
Un paio di brevi scene iniziali preparano il terreno: nella cittadina italiana di Remis, un tragico incidente ferroviario nel 2009 ha causato numerose vittime. Quindici anni dopo, Sergio Rossetti (Michele Riondino), arriva per un incarico temporaneo come supplente di educazione fisica. La sua sorpresa è scoprire che, nonostante la sua tragica storia, la città ora si autodefinisce “la Valle dei Sorrisi”.
Sergio, si scopre, è un ex campione di judo con un pizzico di celebrità, e per gli abitanti del luogo la sua presenza è paragonabile all’arrivo di una star. Strippoli intreccia la narrazione ancora diverse volte, trasformando gradualmente questo studio di anime spezzate in qualcosa di più simile a una storia horror tradizionale. Eppure non abbandona mai l’ambigua complessità dei personaggi. Non ci sono eroi o cattivi ne La valle dei dolori, solo persone ferite e sofferenti che fanno di tutto per sopravvivere alla loro condizione.
Grazie alla sua profondità emotiva, il film raramente ricorre alla paura come espediente per suscitare un brivido a buon mercato. Sergio si compiace di riscoprire una vita senza dolore, ma presto si rende conto che il meccanismo che la sottende potrebbe essere profondamente sbagliato, soprattutto considerando ciò che accade a Matteo. E Matteo, a sua volta, lotta per sopportare le correnti di energia che lo attraversano. Questo, in definitiva, è ciò che rende il film meno un esercizio di genere e più una meditazione sul dolore e sulla colpa.
Voto 6
VC



