Torna dal 13 al 25 ottobre la Festa del Cinema di Roma, quest’anno con un giorno in più. Anche quest’ anno le location destinate ad ospitarla sono l’Auditorium Parco della Musica, con le sale Sinopoli e Petrassi e il Teatro Studio Gianni Borgna, il MAXXI, il Teatro Olimpico Acea, il Cinema Giulio Cesare e la Casa del Cinema. La direzione artistica è affidata a Paola Malanga.

Parallelamente, ormai separata da qualche anno, negli stessi giorni si svolge anche Alice nella Città, storica manifestazione dedicata al Cinema e ai ragazzi, che quest’anno si tiene tra i Cinema Quattro Fontane, Adriano e The Space Moderno e il Teatro Sistina, più l’immancabile spazio di Casa Alice per incontri e masterclass. Direttori artistici e ideatori sono Fabia Bettini e Gianluca Giannelli.

Elsinore (Simon Scott). Nel 1989, in seguito all’abbandono di Daniel Day-Lewis, l’attore Ian Charleson (Andrew Scott), famoso per Momenti di gloria, a suo dire ricordato più per la colonna sonora che per altro, viene scelto dal regista Richard Eyre per portare in scena “Amleto” al National Theatre di Londra. Ma l’attore è malato di AIDS, cosa di cui sono informati in pochi, e la malattia sta avanzando. Determinato a non lasciarsi sfuggire l’occasione e aiutato dalle cure pionieristiche della dr.ssa Margaret Johnson (Olivia Colman), che però lo vorrebbe più a riposo, Ian affronterà la sfida più importante della sua vita: quella con se stesso. Interpretato da un Andrew Scott che si dona alla causa a 360°, dando sfoggio di tutta la sua bravura, il film riesce a coinvolgere chi lo guarda in maniera ancestrale e viscerale. Quando l’AIDS era ancora una malattia mortale e stava falcidiando le migliori menti e future speranze del Regno Unito, la figura tragica e fin troppo dimenticata di Ian Charleson si mescola al personaggio di Amleto e i versi di Shakespeare, impregnati di morte, si sovrappongono alla voglia dell’attore di vivere BENE l’ultimo periodo di vita a disposizione. Film sul potere terapeutico dell’arte, sull’importanza della qualità di vita piuttosto che della quantità, Elsinore è un’opera che entra sotto la pelle, nelle vene, ed emoziona oltrmodo, senza mai essere ricattatorio. Grand public. Voto: 8

I see buildings fall like lightning (Clio Barnard).

The only living pickpocket in New York (Noah Segan). Harry (Jonh Turturro) è un borseggiatore vecchio stampo che si aggira per le strade e le metropolitane di New York in cerca di prede per sbarcare il lunario. Deve mantenere una moglie gravemente invalida e cerca di smerciare al suo amico Ben (Steve Buscemi), titolare di un banco dei pegni, il frutto del suo lavoro. Ma un giorno ruba in una macchina che avrebbe fatto meglio a non toccare, mettendosi in un brutto guaio senza possibilità di uscita… Secondo lungometraggio dell’attore Noah Segan, passato al Sundance e a Berlino, il film è una commedia dolce-amara tinta di giallo in cui la criminalità old-style, che seguiva una sorta di codice, si scontra con quella odierna, spietata e spregiudicata. Il protagonista gode di tutta l’empatia possibile da parte dello spettatore, che fa il tifo per lui durante tutta la breve durata della pellicola, pur avendo ben compreso che potrebbe non finire bene. Ma quello che interessa sono le mille trovate, le tante strategie, che Harry escogita per chiudere almeno la partita in pareggio. Vagamente ispirato a Pickpocket di Bresson e a La conversazione di Francis Ford Coppola e omaggio sentito a New York city, è un piccolo grande film con le prove attoriali di Turturro, Buscemi, Esposito e Curtis tutte da applauso! Imperdibile! Best of 2026. Voto: 7 e ½ 

Tin castle (Alexander Murphy). La famiglia O’Reilly: Pa’, Lisa e dieci figli, di varie età, da pochi mesi a sedici anni. Gitani che vivono in una vecchia roulotte fatiscente nelle campagne irlandesi, nella contea di Tipperary, e godono di elettricità con generatore, un’automobile e acqua non sempre corrente, ma soprattutto di cavalli e segugi (per la caccia al coniglio). Il regista entra delicatamente e silenziosamente nelle loro vite, lasciando parlare le immagini e le parole dei protagonisti, con una grandissima empatia che trapela anche dallo schermo. Bambini bellissimi per i quali sei mesi di galera del padre sono un gioco fatto di tante domande curiose, una volta tornato a riabbracciarli. La semplicità di una vita spartana, nella quale anche una banale gelato è un evento. La domanda, retorica e forse banale, nasce spontanea: è più felice la progenie degli O’Reilly o i nostri figli? Direbbe Tolstoj che le famiglie felici si assomigliano tutte, ma questa è davvero sui generis. Murphy riesce a fornire, senza alcun commento aggiuntivo, un ritratto unico di ogni componente, facendolo spiccare dal contesto famigliare. Libero. Freestyle. Voto: 7 e ½

Je so’ pazzo (Nicola Prosatore). Vent’anni, dal 1961 al 1981, nella vita di Pino Daniele, cantautore partenopeo sempre critico sulla sua città, sul quale non servono altre parole. Ma un film serviva? Bella domanda. Un personaggio schivo come lui, un poeta taciturno, era davvero difficile da portare sullo schermo. Massimiliano Caiazzo, direttamente dalla serie TV Mare fuori, insieme al regista Nicola Prosatore, al suo secondo lungometraggio, compie il (piccolo) miracolo. L’opera riesce a tenersi lontana dall’agiografia, pur co-sceneggiata dal figlio Alessandro, distribuendo diplomaticamente e saggiamente qua e là alcuni lati oscuri del carattere e della vita di Pino, come ad esempio il fratello Carmine finito da giovane in carcere o gli screzi con James Senese, concentrandosi molto sulla sua famiglia e sul rapporto col padre Gennaro, un poco di buono interpretato da un ottimo Giovanni Ludeno. Je so’ pazzo si affida molto anche all’ottima musica del cantautore che, colta anche sul nascere, nelle prime versioni delle canzoni abbozzate alla chitarra, fa da inevitabile e potente colonna sonora. Magari saremmo sopravvissuti anche senza questo film, ma, stanti le difficoltà iniziali, il risultato è quanto di meglio si sarebbe potuto ottenere. Grand public. Voto: 7

Thit-thee Khu/Fruit gathering (Aung Phyoe). La giovane operaia tessile San Kyi, che vive in povertà sola con la nonna e la madre, entra in contatto con la misteriosa Theint Theint Oo, una collega appena più grande di lei ma più navigata. Mentre la ragazza si invaghisce della donna, apparentemente ricambiata, quest’ultima appare però sempre più sfuggente e manipolatrice… Curioso film proveniente dal Myanmar, co-prodotto insieme a Repubblica Ceca e Francia, che sceglie la strada del realismo sociale (il lavoro femminile, la precarietà, l’oppressione politica e le convenzioni famigliari) e che con i suoi insistiti quadri fissi cerca di evidenziare la staticità della vita di San Kyi, facendo risaltare, per contrasto, la possibile svolta che la comparsa di Thein Theint Oo significherebbe. La storia poi si intorbidisce fino ad una inevitabile conclusione, che però singolarmente non avrà conseguenze per nessuna delle due protagoniste. La vita continuerà per entrambe, ognuna sul proprio personale binario. Pellicola su un amore, tra donne, impossibile in un paese come il Myanmar, che racconta un sentimento diverso non come una fuga dal mondo, ma come un modo per immaginarne uno diverso. Politico. Concorso Progressive Cinema. Voto: 7

The accompanist (Zach Woods). La piccola Emily, di nove anni, a causa dell’ingravescente demenza del nonno, viene affidata da un’assistente sociale alle prime armi (Aubrey Plaza) all’anziana Sylvia (Susan Sarandon), una donna eccentrica e dalla lingua affilata. Tra le due nasce un legame affettivo profondo, benché improbabile, ma presto elementi del misterioso passato di entrambe iniziano ad affiorare… Debutto alla regia dell’attore Zach Woods, il film, dall’impianto molto tradizionale, si contraddistingue per una vena fantasy che lo percorre per tutta la sua durata, tra sogni, incubi e fantasie delle due protagoniste. Però si dilunga troppo e non sempre riesce a centrare l’obiettivo, risultando ripetitivo e a tratti poco intertessante. Il rapporto madre/figlia (tra Emily e la sua e tra Sylvia e la propria erede, più quello tra la madre surrogata Sylvia e la figlia adottiva Emilt) viene molto indagato, ma raramente messo ben a fuoco. Notevoli le interpretazioni della piccola Everly Garganilla e della monumentale Susan Sarandon. Alice nella città/Concorso. Voto: 6 e ½

Whalefall/Whalefall: Nella balena (Brian Duffield). Dopo la storia di una casalinga che lotta con un alieno entratole in casa, stavolta, nel nuovo film di Brian Duffield l’alieno è fuori o, almeno, il protagonista è al suo interno. Jay Gardiner (Austin Abrams) si immerge per cercare i resti del padre, volontariamente scomparso in acqua, in seguito ad una grave malattia, ma viene inghiottito da una gigantesca balena. Cercando di resistere al suo sistema digerente e con solo un’ora di ossigeno a disposizione, lottando anche con altri ospiti del cetaceo, che lottano anch’essi per la sopravvivenza, Jay dovrà mettercela tutta per salvare le penne… Un film come questo, in Italia, è già rovinato dal celeberrimo augurio “In culo alla balena”, evocato immediatamente dalla location situata nelle viscere dell’enorme mammifero. Per il resto le premesse erano più che ottime: coniugare la difficile elaborazione di un lutto con una fuga obbligata. Però, nonostante le scenografie claustrofobiche, imponenti e “indiscutibili”, la pellicola sembra solo un grande videogioco multi-level in cui ogni stadio riserva difficoltà crescenti. Darwinianio. Grand public. Voto: 6 e ½

Brianza (Simone Catania). Siamo neol 2009, all’indomani della crisi economica del 2008, in un imprecisato paesino della Brianza. Qui Giorgio Farina (Fausto Russo Alesi), che porta avanti la storica armeria di famiglia, è in crisi per un investimento infelice: un negozio oltre-confine. Un giorno riceve la visita di Alberto Fumagalli (Paolo Pierobon), uno spregiudicato imprenditore locale, eccentrico e sopra le righe, che gli propone di ospitare nella cassaforte del suo negozio un’ingente quantità di denaro, frutto di operazioni in nero, in attesa di essere poi trafugata in Svizzera, sfuggendo al Fisco. L’apparentemente facile via d’uscita per Giorgio, si tramuterà in una spirale crescente di segreti e pericoli in grado di minacciare tutto quello che aveva costruito fin là… Sorta di western contemporaneo, fin dai titoli, il secondo lungometraggio di Simone Catania sceglie una cifra grottesca per raccontare una storia ispirata ad eventi realmente accaduti tra il 2009 e il 2010 e uno stile troppo patinato. Il grottesco vorrebbe donare universalità al racconto, ma l’assenza di un lieto fine – comunque impossibile – finisce per renderlo troppo poco credibile ed efficace. Le prove attoriali, di tutti gli attori, rimangono intrappolate nella stessa cifra e non riescono a brillare del loro pur elevato valore. Nordico. Concorso. Voto: 6

Il rumore delle cose nuove (Paolo Genovese). Tre coppie che hanno difficoltà ad avere figli e che non si amano più come prima, incrociano all’inverosimile i loro turbolenti destini nella caotica metropoli milanese… Nuovo film di Paolo Genovese, che usa lo sfasamento temporale, con continui flashback, per aumentare l’interesse in tre storie che, narrate con il consueto decoupage sarebbero state di una noia devastante. L’autore di Perfetti sconosciuti le prova davvero tutte, tra gioco sporco e depistaggi narrativi, per incuriosire lo spettatore, ma va a toccare troppo le corde del melodramma, col risultato di raggiungere in almeno una paio di occasioni il ridicolo involontario. Per non parlare di alcune leggerezze, meramente ad uso narrativo, per innescare determinate situazioni, come quella di un poco credibile Edoardo Pesce, clown di corsia con indosso un agghiacciante costume da Mickey Mouse, che, a suo dire, dovrebbe aiutare i bambini a guarire prima… Gli attori a loro modo comunque si impegnano – bravissima come sempre nella sua spontaneità Emanuela Fanelli! – ma non basta di fronte ad una scrittura spesso banale e povera di idee. La classica occasione sprecata, un’altra. Il solito suono delle cose vecchie. Grand public. Voto: 6

Dal nostro inviato Paolo Dallimonti.