Torna a Trieste, come ogni anno, lo Science+Fiction Festival, alias Festival della Fantascienza, giunto alla sua 26^ edizione. Novità principale di quest’anno è la sostituzione, come luogo parallelo delle proiezioni, dell’ormai storico Teatro Miela con il ritrovato e restaurato Cinema Ariston, di proprietà della Cappella Underground, associazione che fin dall’inizio cura la manifestazione. Al fondamentale Teatro Rossetti si aggiungono lo Sci-Fi Dome, tenso-struttura issata per l’occasione anche quest’anno in Piazza della Borsa e la Sala Xenia, che saranno location di numerosi incontri, tra cui la Masterclass “Nuovi Incubi Italiani” di Paolo Strippoli, presidente di Giuria del Premio Asteroide, e l’incontro con Mauro Repetto, ex-883, che presenterà il suo primo romanzo fantascientifico “Election Day 2067”.
Quest’anno si celebrano i cento anni da quando, nel 1926, lo scrittore Hugo Gernsback pubblicò il primo numero di “Amazing Stories”, la rivista che avrebbe segnato la nascita della Fantascienza moderna, riunendo dotto un’unica visione racconti capaci di intrecciare scoperte scientifiche, invenzioni straordinarie e intuizioni profetiche.
Altro centenario, omaggiato dalla proiezione di alcuni titoli prima e durante la rassegna, è quello dalla nascita di Roger Corman, che nel 1963, durante la prima edizione dello storico “Festival Internazionale del Film di Fantascienza”, del quale il “Trieste Science+Fiction Festival” è oggi erede e continuatore, vide il film da lui diretto L’uomo dagli occhi a raggi X” aggiudicarsi il massimo riconoscimento della manifestazione.
Oltre 60 anteprime tra le migliori produzioni internazionali del cinema fantastico, aperte dal film The squirrel di Markus Lehmusruusu e chiuse da Bucking fastards di Werner Herzog, allieteranno gli appassionati giunti da tutt’Italia e non solo.
The invisible man (James Whale). Un uomo ricoperto di bende, con occhiali scuri e naso posticcio, in una notte buia e tempestosa fa il suo ingresso al Lion’s Head, gelando tutti i presenti: uno degli incipit più imitati e omaggiati della Storia del Cinema (basti pensare ad Un lupo mannaro americano a Londra, per esempio). Per uno dei film archetipici dei Mostri Universal, insieme a La mummia, Frankenstein, L’uomo lupo e Il mostro della laguna nera. La storia, di Jack Griffin, ispirata al romanzo omonimo di H.G. Wells, che trova la formula per diventare invisibile, ma finisce per impazzire come effetto collaterale, non va spiegata a nessuno. Fotografia di Arthur Edeson, sempre ben contrastata anche di notte, movimenti di macchina ampi di James Whale e montaggio strategico nelle scene di massa di Ted Kent, più le interpretazioni dei protagonisti, primo fra tutti il letteralmente invisibile Claude Rains, che compare solo alla morte del personaggio, più trucco di Jack P. Pierce (suo sarà il Frankenstein dello stesso regista) ed effetti speciali innovativi di John P. Fulton. Che altro chiedere ad un capolavoro che ritrae uno degli anti-eroi più celebri del Cinema? Come Kong sull’Empire State Building, come Erik nei meandri del Teatro dell’Opera, come Imhotep che si aggira per Il Cairo, così Jack Griffin da quasi cento anni urla dal grande schermo la sua vendetta. Un capolavoro che resta anche come la metafora dell’allora indicibile omosessualità del geniale regista James Whale. Visibilissimo! Sci-fi Classix. Voto: 10
Imposters (Caleb Phillips). Quando Paul e Marie subiscono il rapimento del proprio figlio Theo, la madre sente parlare dal matto del villagio di una grotta nei paraggi di casa dove poterlo ritrovare. Quando ritorna col bambino, il padre inizia a sospettare che quello non sia loro figlio e che la genitrice possa esserne consapevole. Ma la verità è ancora più complessa… Divertente e profondo film sulle tematiche di coppia e sull’incomunicabilità, sul destino, sul caso e sui mondi paralleli, Imposters si impone come uno dei migliori film di questa edizione. Difficile da raccontare senza spoilerarlo, racconta di come le coppie e le famiglie riescano ad essere infelici proprio per la mancanza di dialogo, usando naturalmente la metafora della narrazione fantastica. E racconta pure di come tutti gli sforzi per essere felici conducano comunque allo stesso risultato: l’infelicità. Scritto in maniera impeccabile e altrettanto ben diretto, il film è interpretato dalla bravissima Jessica Rothe, qui in più ruoli, che l’anno scorso avevamo visto, sempre in un ruolo con molteplici sfaccettature nell’altrettanto interessante Affection. Tolstoiano. Neon/Asteroid competition. Voto: 8
Bunny rabbit (James Branson). Siamo nell’Australia del 2030: all’indomani di un collasso climatico, la giovane Bunny vaga tra le rovine di un mondo post-apocalittico dove non ha mai avuto la possibilità di diventare grande. Cresciuta da un padre ormai defunto a pane, vecchi libri e B-movie, vive sola nella baracca che avevano condiviso. Alla costante ricerca di cibo, che ormai scarseggia, e pronta a saccheggiare un po’ per volta chiunque, Bunny ha scoperto quanto sia buona la carne umana… Autentico gioiellino, il film presenta una creatura che potrebbe sembrare un vampiro – numerose le allusioni, dai possibili effetti nefasti dell’aglio a quelli della luce del giorno – ma che tutto sommato esula dalla categoria, un po’ come le creature del sottovalutato Company di Casey Affleck, e che ricorda più i protagonisti antropofagi di Bones and all di Luca Guadagnino. Il tutto in uno scenario apocalittico ambientato in Australia: che chiedere di più? Famelico. Neon/Asteroid competition. Voto: 7 e ½
2 + 5: Missione Hydra (Pietro Francisci). Il professor Solmi, la figlia Luisa e alcuni assistenti trovano un’astronave extraterrestre sepolta nella roccia delle cave di Morino, in provincia dell’Aquila. La navicella, schiantasi tempo prima sulla Terra, appartiene a una popolazione aliena della costellazione dell’Hydra, la quale prende in ostaggio gli umani e li costringe a riparare il motore danneggiato. Al termine dei lavori, gli alieni ripartono verso il loro pianeta natale, portando con sé il professore e i suoi compagni. Durante il viaggio, stanchi della prigionia, gli umani si ribellano e organizzano un ammutinamento che manderà inavvertitamente l’astronave a sfrecciare verso l’infinito…. Film datato (in tutti i sensi) 1966 che parte molto alla larga – impensabile oggi! – indugiando nella commedia, per poi arrivare, passando per lo spionaggio, finalmente al genere fantascienza, nel quale ha anche qualche intuizione non proprio peregrina, come il rispetto della Teoria della Relatività ristretta di Einstein. Francisci veniva prevalentemente dal Peplum e non sembra molto a suo agio con la science-fiction, gli effetti speciali sono poco più di quelli del cartolaio e anche le scene d’azione sembrano, col senno di poi, davvero risibili. Però la pellicola, restaurata in occasione del 40° Festival di Torino, ha dei momenti di fascino rétro, soprattutto nei due finali, in particolare quello commentato dall’austera “Toccata e fuga in re minore” di Bach, con quei fondali tanto naïf quanto efficaci, che sono davvero irresistibili. Anche qualche accenno a Il pianeta delle scimmie e a 2001: Odissea nello spazio (che sarebbero usciti entrambi due anni dopo) aumentano il fascino del film. Ad entrare nel cervello poi, destinata a non andarsene più, è la scatenata colonna sonora di Nico Fidenco. Sarebbe curioso farne un remake del film al giorno e con i mezzi d’oggi. Ingenuo. Sci-fi classix. Voto: 7
Orapa/The squirrel (Markus Lehmusruusu). In un futuro distopico in cui l’umanità, per propria sicurezza, ha rinunciato a tutto ciò che sia animale, compresi gli istinti sessuali, cercando di sostituire le povere bestiole con prototipi artificiali, Pasi, un solitario progettista, incontra l’ultimo scoiattolo vivente rimasto al mondo… Curioso film finlandese dal messaggio ecologista, favola low-fi che si ambienta in un pianeta diventato estremamente asettico – sterilizzare tutto è diventata una priorità – ma almeno non violento. La storia del piccolo inventore kafkiano, in una dimensione molto più grande di lui e del piccolo scoiattolo che gli cambierà la vita – ma non solo a lui – è estremamente poetica e affascinante e anche – diciamolo – divertente. Le straordinarie scenografie di Michael Randel fanno da sfondo a quest’incubo che però ha un dolce risveglio, nel quale la Natura, come sempre, è inarrestabile e fa il suo corso. Naturalistico. Neon/Méliès + Asteroide competition. Voto: 7
Sanguine/Species (Marion Le Coroller). La giovanissima specializzanda Margot Loiseau, stagista presso il Pronto Soccorso più competitivo e difficile dell’intera nazione, inizia ad incontrare dei suoi coetanei affetti da strani sintomi che portano a fatali crisi di violenza. Finché anche il suo corpo comincia a manifestare fenomeni simili… Divertente body-horror dalla regia virtuosistica e dal messaggio sociale non indifferente – il lavoro giovanile e il burn-out – che fin dal titolo originale gioca col doppio significato di “ematico”, relativo al sangue, e del temperamento. Le inquietanti e realistiche mutazioni cutanee dei protagonisti sono curate da Pierre Olivier Persin, il quale già aveva collaborato a The substance. La bellezza rara di Mara Taquin, nel ruolo di Margot, e la professionalità di Karin Viard offrono un valore aggiunto ad un film da non lasciarsi sfuggire, ma nel quale non sempre tutto quadra.Molto azzeccato il finalissimo ironico con i vecchietti che servono al fast-food in mancanza di giovani. Sanguigno! Neon/Méliès + Asteroide competition. Voto: 7
Colony (Yeon Sang-Ho). Dal regista di Seoul Station, Train to Busan e Peninsula, un nuovo zombie-movie dalla trama e dalle motivazioni alquanto articolate. Un ricercatore in biotecnologie attua una tremenda vendetta diffondendo, in occasione di una conferenza, un virus estremamente contagioso che si trasmette molto rapidamente. Un manipolo di superstiti cerca di capire come sopravvivere e come raggiungere il centro dell’epidemia. Ma il virus e i suoi contaminati sembrano agire come una colonia in costante evoluzione e in stretta comunicazione… Film coreano molto “tipico” per gli standard del regista, abbassatisi dopo il capolavoro Train to Busan, ma anche come prodotto nazionale di genere. Quello che colpisce in Colony è una certa cattiveria, che letteralmente non risparmia nessuno, sia nel senso dei pochissimi superstiti, ma anche nel senso che anche i “buoni” non la raccontano troppo giusta. Prodotto medio, potabile, divertente, ma nulla più. Redivivo! Neon – Out of competition. Voto: 6 e ½
Dal nostro inviato Paolo Dallimonti.


